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Una montagna riflessa nell'acqua di un lago

Il silenzio nel processo di Focusing

In questo articolo tratterò il tema del silenzio e della sua importanza nel processo di Focusing, i suoi effetti e come ricrearli con un esercizio quotidiano.
Le caratteristiche e le connessioni del silenzio con i diversi ambiti dell’essere umano le abbiamo descritte nell’articolo Perché il silenzio è d’oro.

Silenzio e ferite

Ricordiamo qui che, come le parole, anche il silenzio è un’arma a doppio taglio:

  • Può accompagnare o può allontanare
  • Può ferire o può guarire
  • Può essere un dono o un veleno
  • Può uccidere o può far rinascere

Nel tempo si impara a dosare parole e silenzio, a saperli alternare ed utilizzare consapevolmente, come accade nelle tecniche di ascolto attivo, qui trovi le regole per un buon ascolto ed utilizzare così parole e silenzi non solo per esprimere ciò che si è.

Silenzio e comunicazione

Rimane la consapevolezza che comunque il silenzio fa parte della comunicazione.
Uno degli assiomi della Comunicazione è che non si può non comunicare, anche quando non si intende comunicare.

Molto spesso il silenzio è vissuto con ansia e disagio, può essere percepito come un vuoto che trasmette angoscia e che va assolutamente riempito, come un atteggiamento di disinteresse o indifferenza.

In realtà può essere anche:

  • una pausa dove raccogliere idee, sensazioni, emozioni;
  • un luogo in cui “appoggiare” la tensione, la fatica;
  • un luogo dove ascoltare cosa c’è senza agire la reazione, il giudizio o l’aspettativa.

Un altro argomento collegato al silenzio è quello del silenzio nelle visualizzazioni, ne ho scritto in Visualizzazioni, meditazioni, sottofondo musicale sì o no?

Silenzio e Focusing

  1. Sin dal Primo Passo del processo di Focusing, il Silenzio interiore è quello che si cerca di raggiungere sia con l’esercizio dello spazio (che era solito utilizzare Gendlin) che con la Sintonizzazione, variante che ha lo scopo di portare subito la concentrazione al sentire corporeo, nel qui ed ora, senza collegarlo ancora ad una situazione o tematica particolare.
  2. Nel silenzio e nell’ascolto, è possibile che ciò che necessita della nostra attenzione, finalmente trovi lo spazio per farlo, dato che solitamente questo spazio è ingombro di altro (pensieri sulle incombenze quotidiane, dai rumori e stimoli esterni o interni, come la tendenza a pensare al passato e a ciò che è stato o al futuro e quello che ancora deve accadere…)
  3. Il silenzio diventa fondamentale anche nei passi successivi del processo di Focusing, quando abbiamo identificato un ‘felt sense’ e lo vogliamo gentilmente salutare, avvicinare, descrivere…

Per chi non fosse pratico di Focusing, ricordo qui che il felt sense è la definizione che il Dott. Gendlin diede ad una capacità naturale presente in alcuni soggetti e osservata in veste di collaboratore e ricercatore di Carl Rogers proprio durante una ricerca scientifica.

La ricerca era partita da una domanda sul perché alcuni soggetti a parità di trattamento e terapeuta facevano dei passi avanti e dei cambiamenti nella vita ed altri invece no.

Durante quello specifico studio osservò che alcuni soggetti descrivevano nel qui e ora le sensazioni nel corpo che percepivano durante l’esplorazione di vissuti e situazioni contingenti nei loro colloqui terapeutici e che questo atteggiamento di auto-empatia permetteva loro di avere dei ‘felt shift‘ o cambiamenti percepiti interiori, con delle ricadute positive nel quotidiano.

Il felt sense

È una ‘sensazione sentita’ che, sebbene venga avvertita in modo fisico, “è fatta di corpo e mente ancor prima che questi due elementi vengano separati.” Gendlin E.T. (1981) Focusing. Trad it. Astrolabio, 2001, 179

Quando il felt sense si apre all’ascolto ed emergono contenuti sotto forma di immagini, simboli, parole e altro, è sempre il silenzio del non giudizio e dell’accettazione incondizionata che permetterà il felt shift o cambiamento percepito.

Ma il silenzio non è un aspetto importante solo per il Focuser (colui che pratica il processo di Focusing e ne sviluppa i passi) lo è anche per il Compagno di Focusing (colui che accompagna il processo del Focuser ma non ne è responsabile) in un processo condiviso.

Chi è il Compagno di Focusing

Il compagno, di solito Focuser anche lui, accompagna nell’esplorazione e nel processo creando un campo di sostegno accettante ed empatico e rimanendo presente e consapevole, sia a ciò che sta provando il Focuser, sia a ciò che prova lui.

E’ colui che crea lo stato di presenza silenziosa ma aperta e disponibile all’ascolto profondo dell’altro, dove si è sinceramente aperti, ben disposti, accoglienti, empatici, fiduciosi, autentici sia verso il compagno focuser e verso la sua esperienza, il suo vissuto, sia verso se stesso mentre lo è.

Il silenzio e lo ‘spazio’

Abbiamo visto l’importanza del silenzio nel processo di Focusing, sia come Focuser che sta ‘processando’, sia come Focuser in veste di ‘compagno nel processo dell’altro’.

Ma tra gli effetti del silenzio quando si pratica non solo nel Focusinf, ma anche in altri modi, come la meditazione, l’ascolto attivo, perfino nella noia, è anche quello di creare uno ‘spazio’ più calmo e tranquillo, più lento, dove è possibile far emergere:

  • risorse sconosciute
  • potenzialità inespresse
  • qualità come l’accettazione incondizionata, l’equanimità e la fiducia che tutto ciò che c’è, anche se non ne comprendiamo il perché con la testa, è quello che può esserci qui ed ora.

Se ancora non pratichi una di queste modalità per fare spazio col silenzio, non disperare c’è anche un altro modo a parte il silenzio: la scrittura consapevole.

La scrittura consapevole

Chiamo così quella pratica informale di mindfulness che tutte le mattine mi porta a sedermi al tavolino e scrivere su di un quaderno, per circa mezz’ora, in modo fluido, senza badare a stile, grammatica e punteggiatura tutto ciò che c’è in quel momento:

  • comincio con lo scrivere quello che ingombra la mente, come appuntamenti e programmi della giornata, riflessioni sul da fare o come vorrei che procedesse il tutto
  • poi sento se ci sono emozioni e le descrivo, se ho voglia utilizzo anche i colori per farlo
  • infine sento come tutto ciò è percepito dal mio corpo continuando a descrivere tutto su carta.

Le prime due o tre volte ti potrebbe fare male la mano, soprattutto se non sei più allenata a scrivere analogicamente, ma poi con l’allenamento entro due, tre giorni passerà.

Ti ricordo di fregartene sia della grafia che della forma, nessuno a parte te rileggerà ciò che scrivi anche se a distanza di tempo puoi andare a rileggere queste pagine, soprattutto se mentre scrivi arriva qualche ispirazione o idea che in futuro potresti esplorare ulteriormente.

Sarà come far fare ginnastica tutte le mattine alla tua consapevolezza e questo ti darà quella sensazione di centratura e spazio che ti permetterà di affrontare gli eventi quotidiani con più lucidità mentale.

Se già ti piacerebbe scrivere di più, qui trovi Immagina, esplora e scrivi, una mini guida via mail per creare un ponte con la scrittura, tra l’immaginazione e la creazione di un idea, una storia o un proposito.

bacche rosse nella neve

Perché il silenzio è d’oro

In questo post scriverò dell’importanza del silenzio e perché il silenzio è d’oro per la tua crescita interiore, ma anche per le tue relazioni.

In sintesi riguarda uno stato dell’essere e di come questo poi incida concretamente nelle relazioni, sia personali che professionali. Come dico sempre nel mio motto: ben-essere per il buon-fare.

Il silenzio è d’oro

Il silenzio è d’oro perché si può mettere in relazione con la Vita, con la Spiritualità, con la Creatività, con la Comunicazione e con l’aspetto che più mi sta a cuore, la consapevolezza di te.
Il tema del silenzio è molto ampio e riguarda molti aspetti complessi e importanti della vita umana, non solo in relazione all’età.

L’approccio al silenzio, immagino che, come è stato per me, anche per te si sarà trasformato nel tempo:

  • mi sembra ieri che dormivo con la radio accesa e trasalivo dal mondo dei sogni appena mia madre tentava di spegnere la radio ben incastrata tra il materasso e il cuscino;
  • oppure quando non esistevano i cellulari e andavo in giro con le cuffie del mio fedele walkman perennemente nelle orecchie, a proposito, ce l’ho ancora, eheh.
  • o ancora quando al rientro dal lavoro in corsia, tornavo a casa stanchissima e accendevo il TV anche se poi non guardavo niente perché crollavo sul divano o dovevo necessariamente occuparmi di altro.

Il silenzio e la Vita

“Il silenzio appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo”
Max Picard, Il mondo del silenzio.

Da sempre argomento di speculazioni filosofiche, teologiche, letterarie e poetiche, il silenzio è protagonista dei momenti più importanti della vita “è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore”, come afferma G. Leopardi.

Tra queste passioni spicca l’amore. Quando si è innamorati il silenzio acquista un valore speciale.

Pascal afferma che “in amore un silenzio ha più valore di una parola”.

Ma il silenzio è anche intimamente legato alla morte. Chi muore entra per sempre in una dimensione di silenzio e chi assiste alla morte altrui ha bisogno di silenzio e raccoglimento.

Non c’è bisogno di essere religiosi, per percepire la sacralità di questa fase della vita di cui purtroppo ci siamo sempre più privati negli ultimi decenni e che la pandemia ha così estremizzato impedendo totalmente la possibilità di vivere questa fondamentale esperienza, proprio in quanto esseri umani!

Il silenzio e la Spiritualità

“La nostra anima ha bisogno di solitudine. Nella solitudine, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa: per vedere Dio è necessario il silenzio” Commenta Sant’Agostino, nel Vangelo di S. Giovanni.

Tutti i credo religiosi si trovano d’accordo nel riconoscere il silenzio come mezzo per raggiungere la sfera del divino, ascoltarne il messaggio e goderne le dolcezze. Si tratta di un silenzio interiore, che è slegato da quello delle parole.

Essere in una condizione di silenzio interiore significa avere la capacità di ascoltarsi.

A questo proposito ti rimando ai post del blog dedicati alla pratica della Meditazione in cui occidente e oriente si incontrano non solo attraverso gli eremiti che scelgono il silenzio della natura per meditare e ricercare armonia tra sé, il mondo, e il divino, ma di come si porta la pratica nel quotidiano vivere.

La tradizione cristiana, di cui è intriso il nostro inconscio collettivo, unisce e fa coincidere spesso la pratica del silenzio con quella della preghiera. La vita nei monasteri, scandita dalla silenziosa preghiera, diventa luogo lontano dalla realtà caotica e rumorosa che permette una serena concentrazione e il poter instaurare un dialogo con Dio.

Dio
stesso per i cristiani è silenzio che, trasformandosi in parola, si dona all’umanità.

Il silenzio e la Creatività

L’arte è creazione, comunicazione. Ancora una volta sembrerebbe un controsenso associare alla creatività artistica un concetto come quello di silenzio, ma non è così.
L’arte vive di silenzi.
Il silenzio è presente nella poesia: dietro le parole scritte stanno nascosti i pensieri del poeta.
La punteggiatura in uno scritto, contribuisce a portare il silenzio tra le parole.

Ma lo spazio, non è importante solo tra le parole, ad esempio, nella musica il suono è come un accidente che sorge all’improvviso da un fondo silenzioso per poi spegnersi e ritornarvi.

Nello spartito, le pause sono tracce visibili di quel silenzio sul quale poggia la musica: questi momenti sono altrettanto importanti di quelli coperti dai suoni in questo contribuiscono a veicolare determinati messaggi musicali, ritmo e velocità.

Il silenzio e la Comunicazione

Nonostante sembrino due entità contraddittorie, silenzio e linguaggio verbale, sono intimamente legate tra di loro, non fosse altro che per la constatazione che le parole di chi invia un Messaggio poggiano sul silenzio del Ricevente, o così dovrebbe essere in una comunicazione che si può definire funzionale e corretta.

Le parole non esisterebbero senza il silenzio che fa loro da sfondo… e il silenzio non esisterebbe senza che le parole ne rivelassero l’esistenza con la loro assenza… proprio come le ombre esistono poiché la luce le rivela.

Ad una buona comunicazione, al parlare “autentico” (per usare Heidegger) sono necessari tanto il silenzio quanto il linguaggio.

Comunicare significa agire sugli altri modificando il loro spazio cognitivo tramite segni e indizi; significa consegnare alle persone elementi linguistici, perché ne interpretino il significato. E questo, oggi, è ancora più decisivo, perché la comunicazione si esprime nel dialogo con persone vere e non nel lancio di messaggi a un target immaginato”, scrive Chiara Gandolfi a proposito di copywriter e brand identity.

Lo “spazio” del silenzio

Il silenzio è uno stato interiore, ma anche ambientale, non riconosciuto come importante e d’altro canto come potrebbe essere così, visto che è nel silenzio che possiamo percepire cos’è  veramente reale e cosa conta davvero per il nostro ben-essere e soprattutto dover ammettere che la nostra comfort zone, dopotutto, non è molto comfort!

E’ palese che in una società dove chi grida più forte e ha più voce in capitolo ottiene il dovuto; dove il fare è prioritario rispetto all’essere, agevolare, insegnare o educare al silenzio è un atto rivoluzionario concreto.

Da tutto ciò credo emerga con evidenza l’importanza del silenzio e la necessità di un suo recupero nella realtà attuale, dominata dal rumore, da un frastuono (spesso anche interiore), dalle parole vuote…
Dove il silenzio è spesso percepito come debolezza, passività, mentre è indice di grande profondità, attenzione, raccoglimento, tutte condizioni necessarie al parlare, nell’accezione più seria di questa parola.

R.Guardini scrive allarmato: “L’umanità di chi non tace mai, si dissolve.”

Alla fine di questo articolo spero sia stato chiaro perché reputo il silenzio come uno strumento di crescita relazionale e collego la sua prerogativa di creare spazi nuovi nei pensieri, nelle convinzioni e nei vissuti, al rappresentare il mezzo che si fa anche fine della trasformazione interiore.

Nei prossimi post dedicherò l’importanza del silenzio alla relazione con il cliente o utente e alla pratica del Focusing, iscriviti con questo link e come ringraziamento riceverai anche due regali speciali, il mio Diario di Bordo in PDF e la possibilità di un incontro conoscitivo gratuito (Discovery) con me.

Violenza sulle donne, i campanelli d’allarme

La modernità è arrivata quasi in tutto: nella tecnologia, nei trasporti, nelle comunicazioni, nell’alimentazione.
Ma i rapporti più civili tra i sessi, e di conseguenza la diminuzione della violenza sulle donne, sembrano essere ancora una conquista lontana.
In questo post riporto quali sono i campanelli d’allarme in una relazione NON sana, dopo aver esposto le principali cause di violenza sulle donne.

Dati e cause

In questo articolo INSTAT del 2014 puoi leggere cifre e schede comparative sull’argomento: violenza sulle donne.

Le cause si possono distinguere in cause collettive e cause soggettive, non mi dilungherò troppo su quelle soggettive, perché l’obiettivo di questo articolo è dare dei consigli concreti su quali sono i campanelli d’allarme in una relazione NON sana.

Cause Collettive

Queste cause trovano origine nei rapporti di potere tra i generi, che sono ancora imposti dal sistema patriarcale.
Questa violenza è endemica e globale e limita il godimento dei diritti delle donne e l’uguaglianza legale, sociale, politica ed economica in tutte le sfere della vita.

Il sessismo che ne deriva, impone stereotipi rigidi e disuguaglianza nelle relazioni a tutti i livelli.
Questo da una parte rende difficile l’autonomia e la sicurezza delle donne, non è un caso che negli ultimi anni più che di femminismo si parli di sorellanza, e dall’altra lo sviluppo di capacità necessarie per la convivenza come l’empatia, il dialogo intimo o l’espressione degli affetti negli uomini.

Cause Individuali

Tra queste ci sono cause psicologiche conseguenti a patologie mentali conclamate dirette (sociopatie) o indirette ( sintomi di altre patologie sistemiche) che non verranno qui trattate.

Ma ci sono aspetti individuali che rientrano nella sfera della crescita interiore e che riguardano l’evoluzione dall’essere “persona” (e rispondere ai bisogni dell’ego e della personalità) all’essere un “Sé” (che risponde alle istanze più noetiche o spirituali).

Inoltre, ci sono aspetti che riguardano la connessione tra noi e l’ambiente circostante, come quello di Madre Natura, ma anche  della connessione attraverso il Sé gli altri nostri simili (altri Sé).

  • Ogni volta che ci sentiamo “speciali” e vogliamo mostrarci come tali, siamo in un movimento separativo dall’altro;
  • ogni volta che limitiamo la libertà di essere, dell’altro, a qualsiasi livello sia che lo si faccia col pensiero che con la manipolazione, noi stiamo facendo violenza.“Né più dell’altro, né meno dell’altro, ma con l’altro” è il motto della Comunicazione Non Violenta (CNV)
  • Quando non accettiamo i nostri lati deboli, i nostri limiti, noi stiamo facendo violenza a noi stessi e perpetuiamo la catena di violenza anche fuori di noi.

Come impedirlo

  • Imparando a stare con ciò che c’è, così com’è, accettarsi nel tempo
  • allenando la tolleranza e l’accettazione alle differenze dell’altro ci permette di trasformare tali differenze in ricchezza e non in frustrazione di quando la differenza viene percepita come una mancanza!
  • Imparando a stare con il non-conosciuto, con gli strumenti che abbiamo come nel Metodo Focusing  dove questo avviene grazie all’ascolto di sé attraverso il corpo e la sua intelligenza implicita
  • allenandosi a convivere con la paura, che è la radice di tutti i semi della violenza che albergano in noi.

La realtà esterna si modifica quando qualcosa cambia all’interno, grazie alla consapevolezza e all’accettazione incondizionata.

Quali sono i fattori da osservare e che rendono una relazione insana

Intensità

All’inizio della relazione è normale voler passare tanto tempo insieme, il più possibile, ma quando la qualità di tale intensità si fa soffocante e quindi, ad esempio, l’altro sa del vostro impegno ma se non rispondete al messaggio via cellulare si fa insistente; non rispetta questo vostro spazio impegnato cercando la vostra attenzione a tutti i costi, questo non è un atteggiamento rispettoso nei vostri confronti ed è il primo segnale d’allarme.

Isolamento

Quando la relazione vi isola e non vi permette di frequentare parenti, amici e le persone care che rappresentano in definitiva la rete di sostegno, il supporto, giudicando le persone importanti per voi e denigrandole, allora siete davanti al secondo campanello d’allarme.

Gelosia cieca

Quando la fase “luna di miele” finisce, iniziano i comportamenti possessivi, di sospetto e gelosia con pedinamenti, intercettando le comunicazioni con altri ecc. e si palesano rabbia, minacce e violenze verbali siamo al terzo grande campanello d’allarme.

Denigrare

In questa fase da oggetto d’amore siete l’oggetto da denigrare, non solo quando siete da soli e magari critica e denigra quello che fate: studio, lavoro, amicizie, ma anche in presenza di altri facendo battute utilizzando le parole come armi. Benvenuta nella fase quattro.

Instabilità

In questa fase c’è l’alternanza tra le prime fasi e le successive, i litigi sono teatrali, strazianti con ripensamenti e richieste di perdono. Peccato, però che tali richieste non vengono nemmeno riconosciute completamente quando le metti in evidenza. In quel caso sei tu che non hai compreso ed esageri (ribaltamento della frittata). Le scuse e la richiesta di essere perdonati si fanno sempre più frequenti e si vive come sulle montagne russe.

Una rondine non fa primavera

Ognuno di noi può aver avuto comportamenti vicini a questi nella vita: colpevolizzare o far vergognare; essere manipolativi o superare i limiti del rispetto e altri atteggiamenti tossici, ma quello che fa la differenza è che lo riconosciamo.

Se invece non c’è tale consapevolezza, rischiamo di non riconoscere nell’altro comportamenti ancora più tossici e pericolosi.

I segnali di un amore sano

L’amore è un sentimento che attiva altri sentimenti ed emozioni, come la felicità, l’eccitazione, la fiducia, ma anche la tristezza, la paura e anche aspetti istintuali, diventa quindi importante poter comunicare liberamente ed autenticamente ciò che si prova, ma con un atteggiamento di responsabilità per ciò che si prova e non di delega all’altro dei propri vissuti o emozioni.

Quello che io sento e provo è al 100% una mia responsabilità e non dell’altro.

Nell’amore c’è sostegno, incoraggiamento, fiducia, gentilezza, qualcosa che si costruisce nel tempo con i presupposti del rispetto, della stima e dell’amicizia.

Amare è una scelta, è diverso dall’innamoramento che è più istintivo e dettato dall’inconscio.

Ma se l’amore non è sano anziché dare un senso di libertà, imprigiona.

Purtroppo si parla troppo poco di sentimenti ed emozioni e siamo tutti abbastanza analfabeti emotivi, per questo è più difficile poi riconoscere i segnali d’allarme.

Se vuoi leggere altro sulle emozioni trovi altri articoli sull’argomento, puoi iniziare da Emozioni limiti o risorse? Emozioni: paura, tristezza e gioia ; Emozioni: collera, disgusto e stupore oppure Se la paura fa novanta, tu fai qualcosa, ma non ignorarla.

Essere leader, di se stessi

In questo articolo scrivo come essere un leader e come questo ruolo può essere importante per affrontare cambiamenti e conflitti in una organizzazione o in un gruppo.
Lo faccio proponendo di sovrapporre poi queste considerazioni a quello che chiamo il nostro “condominio interiore”.

Come la Psicosintesi insegna, la nostra più grande illusione è quella di essere soggetti integrati, completi e soprattutto, avendo un solo corpo, essere UNO.

Se non sono UNO, chi sono?

È la domanda delle domande.
Ad una prima occhiata, possiamo dire di essere l’insieme di tutti i nostri vissuti, i condizionamenti educativi, sociali, culturali che abbiamo assunto dall’ambiente “esterno” con le predisposizioni presenti alla nascita legate a temperamento, patrimonio genetico ed evolutivo e, in definitiva, all’ambiente “interno”.

Questo insieme si organizza in parti, pezzettini (per dirla alla focusing) modelli, subpersonalità dentro di noi che, lungi dall’essere collaborative e integrate tra loro, finiscono per assomigliare sempre più a un governo disomogeneo, ora guidato da un tiranno (Giudice o critico interiore) ora da un capo più che democratico, spesso accondiscendente (che non tiene conto di limiti e risorse realmente a disposizione) e che in definitiva ci lascia navigare senza rotta e spesso nel caos e anarchia più totali oppure in balia della “legge del bisogno più forte” in quel momento.

Scherzo ovviamente, ma nemmeno troppo se pensiamo a quante volte non riusciamo a “sbloccare” tutto il nostro potenziale inespresso.
I ministri di questo governo interiore (come lo definisce M. Scardovelli) confliggono spesso tra loro perché ognuno è guidato da bisogni, volontà, aspettative da soddisfare.

Istanze che spingono ora in una direzione, ora nell’altra e che nei diversi “membri” causano il perseguimento di direzioni opposte, alleanze temporanee e molto raramente in collaborazioni coordinate, forti, e piene di energia per obiettivi condivisi.

Ecco perché oggi scrivo chi è, cosa fa e come lo fa un leader

Chi è Leader

Un tempo alla termine leader veniva associato solo ed esclusivamente il significato di eroe colui che comanda colui che prende le decisioni e che oggi definiremmo come Capo, mentre adesso in una visione più sistemica viene rappresentato come uno specialista delle relazioni.

Secondo lo scrittore, psicologo e giornalista statunitense Daniel Goleman ciò che rende leader è la

“… capacità di influenzare la gente, e aiutarla a lavorare meglio per raggiungere uno scopo finale in comune”

Il suo ruolo è quello di:

  • organizzare i vari pensieri
  • dare ordine quando intorno si presenta il caos
  • motivare i collaboratori
  • valorizzare le risorse e stimolare la crescita personale e professionale

insomma si può definire un educatore che porta il gruppo alla maturazione e alla consapevolezza di essere responsabili del proprio e altrui apprendimento.

Tutte queste competenze non possono fare altro che aiutare la crescita del gruppo che è chiamato a gestire.

Quindi la leadership è il “potere” che deve possedere chi dirige organizzazione dinamiche aperte.
Un buon leader non lavora “per” o “sul” gruppo ma lavora “con” il gruppo.

Rispetto la motivazione del gruppo questa viene garantita ai singoli individui grazie al supporto orientato a mantenere la direzione corretta, favorire il raggiungimento degli obiettivi anche quando si presentano difficoltà e/o resistenze al cambiamento, che sono gli ostacoli principali che si possono presentare all’interno del gruppo.

Si può dire che un Leader potenzia e guida i membri del gruppo all’assunzione di responsabilità rispetto i valori e i principi guida a sostegno del gruppo stesso.

Cosa fa un Leader

  1. Organizza e verifica le situazioni all’interno del gruppo affinché ci sia coerenza tra gli obiettivi del gruppo e i membri dello stesso
  2. Potenzia le capacità dei membri e favorendo l’assunzione di responsabilità di ognuno per la realizzazione degli obiettivi
  3. Garantisce la flessibilità nella distribuzione dei compiti in base alle caratteristiche e alle funzioni dei membri del gruppo
  4. Favorisce la negoziazione di idee e proposte condivise
  5. Attua con pragmaticità le possibili soluzioni in relazione alla situazione del momento
  6. Dirige, pianifica, progetta ma sempre tenendo conto e rispettando le tempistiche e l’utilizzo più appropriato delle risorse a disposizione.

Come garantisce il raggiungimento degli obiettivi?

 

Lo fa coltivando questi comportamenti:

  • capacità relazionali che garantiscono il riconoscimento dei bisogni individuali e delle capacità per metterle a servizio del gruppo
  • promuovendo le relazioni tra membri e la consapevolezza della loro interdipendenza
  • gestendo i conflitti e non evitandoli per creare coesione nel gruppo
  • conservando l’attenzione è l’osservazione dei singoli e delle dinamiche tra loro sempre in movimento per favorire l’integrazione tra bisogni individuali e collettivi
  • considerando non solo gli aspetti sociali ma anche psicologici che interessano il gruppo nelle singole parti e nelle interazioni complesse che esistono tra loro; nel contempo rafforzando la fiducia, la condivisione con gli strumenti della negoziazione e della flessibilità anche tra gli stessi.

Ora che hai compreso le qualità per essere un buon leader, se può interessarti acquisire uno strumento che possa aumentare la consapevolezza di te e utilizzarla per migliorare le relazioni personali e professionali, il Metodo Focusing potrebbe fare al caso tuo.

Iscriviti alla lista mail per rimanere in contatto e richiedi una consulenza conoscitiva per saperne di più a info@valentinasacco.it.

lettere su tavolo a formare titolo

Emozioni…collera, disgusto e stupore

In questo post esploriamo altre 3 emozioni primarie: la collera, il disgusto e lo stupore.
Anche loro hanno fatto parte del percorso gratuito Il corpo alleato: ritrovimo la rotta?
Se ti sei persa tristezza, paura e gioia le trovi qui.

Collera

E’ un’emozione, anche questa come la tristezza, molto giudicata socialmente. la Collera più comunemente denominata Rabbia.

Qual è la funzione della rabbia?

Si prova questa emozione quando percepiamo di aver subito un torto, un danno ingiusto, una violazione dei propri diritti.
La percezione di questa causa è però anche molto condizionata da fattori che riguardano il linguaggio, l’educazione e le strategie imparate per influenzare gli altri e noi stessi, perciò è importante comprendere che questo modo di esprimere un bisogno inascoltato nasconde anche un dolore molto forte.

In quel momento c’è una incapacità a esprimere i propri bisogni e non riuscendo a soddisfarli ciò crea la sensazione di essere “costretti” a reagire così.
Come per tutte le emozioni anche qui c’è una interpretazione cognitiva, un pensiero che condiziona il vissuto e perciò la risposta allo stesso che in questo caso è di antagonismo.

Come si manifesta nel corpo?

Con una mimica facciale specifica, con mandibola serrata e denti stretti, occhi stretti e fronte crucciata, urla, atteggiamento muscolare teso, rigido e un aumento del calore e della circolazione, nonché pressoria arteriosa.

Anche per la rabbia/collera ci sono altre emozioni a lei collegate come: furia, sdegno, risentimento, indignazione, esasperazione, animosità, fastidio, ostilità, odio, irritabilità, acrimonia e nei casi estremi odio e violenza patologici.

E’ molto importante distinguere la collera dall’ aggressività perché anche se l’attivazione del sistema nervoso è simile o uguale, nel secondo caso l’ aggressività, la rabbia viene agita con azioni verbali o fisiche, nel primo stato invece ancora no.

ESERCIZIO

Prova a ricordare l’ultima volta che ti sei arrabbiata, che segnali hai avuto che te lo hanno fatto dire?

Quello che posso dirti per prenderti cura della collera è di imparare a riconoscerla e non negarla, ma di prenderti anche il tempo, quando la tempesta è passata, di sentire quel “qualcosa” che è stato violato, o si è sentito tale.

Sentire cosa c’è sotto, ti può aiutare a comunicare il bisogno negato in modo non aggressivo e facendo valere i tuoi diritti, reali o ritenuti tali, ma trasformando la rabbia in ASSERTIVITA’.

Disgusto

Forse non è così tanto percepita, ma invece è responsabile della nostra sopravvivenza legata al cibo e mi riferisco al Disgusto. Ma continua a leggere perché ci sono aspetti interessanti al riguardo. 😉

Quindi qual è la funzione del disgusto?

Quella di informarci che qualcosa può essere nocivo per il nostro organismo e quindi potenzialmente mortale.
Quindi è molto importante per la salute in cucina con gli alimenti andati a male, certamente, ma questa emozione, può essere influenzata anche culturalmente e perciò anche se certi cibi non sono tossici (vedi insetti) potrebbero stimolare la sua reazione.

Inoltre oggigiorno può riguardare anche il modo di percepire il mondo. La paura sorge in presenza di una minaccia fisica, mentre il disgusto appare in presenza di un pericolo spirituale, dice uno studioso del disgusto, Poul Rozin.

Nel corpo come si manifesta?

Con l’espressione tipica del viso, schifata, con abbassamento della pressione, nausea, rallentamento del ritmo cardiaco, sentimento di avversione, respiro alterato, allontanamento e tipiche espressioni verbali tipo “bleah!”

Non c’è bisogno di andare a sentire come ti senti quando la provi, praticamente lo avrai provato mentre leggevi la sua descrizione, eheh, è abbastanza facile da richiamare.

Anche per il disgusto ci sono altre emozioni collegate come: disprezzo, sdegno, avversione, ripugnanza, schifo, aborrimento.

Quello che posso dirti per prenderti cura di questo aspetto in cucina è assicurarti di non fare più spesa del necessario lo so che è impegnativo, ma se ti programmi un menù di massima per la settimana eviterai un sacco di sprechi e ti stresserai anche meno visto che pensando a cosa fare da mangiare ti eviterai di doverci pensare tutti i giorni 😊

Come antidoto al disgusto di origine culturale si può coltivare la curiosità e l’avventura per le cose che non conosciamo ancora, questo ci darà nuova energia, renderà la mente più aperta ai cambiamenti e aumenterà la tolleranza per la diversità.

Sul disgusto devo aggiungere che nei processi di focusing può essere collegato al senso di nausea che a volte emerge quando il controllore  o giudice stanno mollando la presa su “qualcosa “che viene represso da un bel po’ di tempo.

Sorpresa-stupore

Concludiamo con qualcosa che nel metodo che insegno, il Focusing, si sperimenta spesso in senso positivo, l’ emozione della SORPRESA.

E qual è la funzione della sorpresa?

E’ quella di svuotare la memoria a breve termine, da tutte le attività residue, per affrontare lo stimolo imprevisto. Nel focusing si prova spesso dopo un cambiamento percepito nel corpo in seguito ad un felt-shift, durante il processo di una situazione.

Nel corpo come si manifesta?

Durante la reazione le sopracciglia sono sollevate, gli occhi sono spalancati e la mascella inferiore abbassata, la bocca dischiusa. Le altre emozioni collegate alla sorpresa sono: shock, stupore, meraviglia, trasecolamento.

Il nostro cervello è programmato per attivarsi di fronte alle novità grazie alla quale ci siamo garantiti la sopravvivenza della specie:

pensa al tragitto che fai di solito verso casa, probabilmente non ricordi il colore di uno specifico palazzo che c’è lungo la strada, ma se tagliassero un albero te ne accorgeresti subito, perché qualcosa verrebbe messo in allarme.

Esistono comunque quattro tipi di sorpresa per le diverse sfumature:

interrogativa, sbalordita, inebetita e standard la cui descrizione del volto è su riportata.

ESERCIZIO

Prova a ricordare le volte in cui ti sorprendi, che segnali percepisci nel corpo, cosa ti fa dire che stai provando sorpresa?

Prenditi cura di te e della tua capacità di sorprenderti, cercando nuovi stimoli, leggendo, guardando film, gli studi dimostrano che chi ha una buona autostima ricerca la sorpresa più di chi non ce l’ha, possiamo utilizzare a nostro vantaggio questa asserzione e aumentare lo stupore per migliorare l’autostima?

Vieni a farlo con il prossimo Corso base di Focusing 🙂

tessere di legno con lettere stampate

Emozioni…paura, tristezza e gioia.

Prima parte di un lungo articolo creato con le mail del percorso Il corpo alleato: ritroviamo la rotta?  qui le prime 3 emozioni definite primarie, perché comuni a tutte le culture e popolazioni: paura, tristezza e gioia.

La premessa alla loro formazione e funzione puoi leggerla qui.

 

PAURA

Qual è la funzione della paura?

La funzione della paura è quella di garantire la sopravvivenza e la nostra sicurezza.

Come si manifesta nel corpo fisico?

Bocca secca, tensione muscolare, aumento della frequenza del respiro e del battito cardiaco, della motilità intestinale, aumento della sudorazione, calo della temperatura, aumento adrenalinico che ci prepara alla fuga, alla reazione e perciò all’ azione di protezione del corpo con un abbassamento della capacità intellettiva. E ciliegina sulla torta, aumento dell’ansia.

Questo avviene nella forma PURA, perciò pensa a tutte le volte che dici di avere paura ma non hai tutti questi segnali, forse è timore, preoccupazione, apprensione? O cos’ altro?… quante sfumature ci sono tra la l’ avere questi segnali di paura e lo stare bene!

Altre emozioni collegate alla paura sono: ansia, timore, nervosismo, preoccupazione, apprensione, cautela, esitazione, tensione, spavento, terrore; negli stati patologici fobia e panico.

Le tre paure più grandi sono:

  • La paura da separazione- abbandono, legato al bisogno di amore;
  • la paura di non valere, legato al bisogno di essere visti, riconosciuti, di appartenenza;
  • la paura di lasciarsi andare, legato al bisogno di sicurezza e invulnerabilità; e poi un mix di tutte queste (non conto la paura più grande che è quella di morire che forse sotto sotto si trova in tutte le altre perché il “morire” non si riferisce solo alla perdita della vita ma anche ad una parte di noi, ad un nostro modo di essere).

ESERCIZIO

E adesso senti nel corpo cosa succede al ricordo di una situazione che fa paura; ti senti come nella descrizione fisica della paura letta su o cambia l’intensità?

E se non ti senti così, cosa ti fa dire che stai provando paura?

Prenderti cura di te.

Quando hai paura la vedo dura, poterti prendere cura di te, sarebbe come chiedere ad un fiume di fermarsi, ma in tempo di pace, puoi coltivare l’emozione che può riequilibrarla e che secondo me è la Gratitudine.
Essere grati di ciò che c’è, di chi siamo, sicuramente allontana il senso di incertezza, crea più fiducia e per questo allontana la paura di ciò che non c’è o non siamo 😉

Comincia a scrivere un diario di tutte le piccole cose che ti danno gioia, di cui sei contenta ogni giorno almeno 3 cose e poi nota cosa succede.

 

TRISTEZZA

Qual è la funzione della tristezza?

La funzione della tristezza è quella di farci sentire che stiamo vivendo una perdita, una separazione, una situazione di speranza infranta, di fallimento.

Nel corpo come si manifesta?

Il malessere può avere l’aspetto della paura, cattivo umore, apatia, stanchezza e coinvolge tutto, la mente, il corpo, la motivazione. E’ molto comune, ma tra le meno capite e condivise eppure è fondamentale non averne paura e non etichettarla come sinonimo di debolezza.

Si confonde spesso con la rabbia.

Può essere che invece stiamo provando altre emozioni collegate alla tristezza come: pena, cupezza, mancanza di allegria, solitudine, autocommiserazione, dolore, abbattimento, disperazione.

Negli stati più gravi depressione.

Che bisogno insoddisfatto ci può essere dietro la tristezza?

Non sempre è possibile risalire a cause precise come la delusione, la perdita o altro; a volte può essere un modo di farsi “carico” di esperienze ed elaborazione di avvenimenti che vanno “digeriti”; il bisogno di stare con se stessi e i propri vuoti, ricordi ecc.

 

ESERCIZIO

E adesso senti nel corpo cosa succede se sei triste, cosa ti fa dire che stai provando tristezza?

Prenderti cura di te

Puoi provare ad ascoltare se c’è un motivo: a volte la tristezza è collegata alla vergogna, al senso di colpa o al senso di solitudine, ma se così non è, non costringendoti a non esserlo perché non c’è niente di male a sentirsi tristi ogni tanto;
puoi riequilibrare lo spettro emotivo con la vitalità del giocare, sì hai letto bene, tu hai mai visto un bambino triste mentre gioca?

 

GIOIA

Qual è la funzione della gioia?

Me lo chiedo anche io visto che di solito non è come la felicità, collegato ad un evento esterno, ma scaturisce spontaneamente da “dentro”, da come stai, da come ti percepisci in quel momento.
Spesso la gioia si collega alla paura di perderla e questa sensazione tende a ridurre il tempo e le soddisfazioni che ne derivano.

Come diceva Pirandello? Un’ ora breve di dolore ci impressiona lungamente, un giorno sereno passa e non lascia traccia.

Quindi nel caso di questa emozione più che di bisogno sotto, forse possiamo parlare di funzione, e allora a cosa serve la gioia?

  • Ci informa che la situazione che stiamo vivendo è positiva per noi e ci stimola a preservarla o mantenerla;
  • inoltre avvicina le persone e favorisce la cooperazione.
  • Quindi a costruire una buona autostima, se provi gioia nelle relazioni, nel raggiungimento dei tuoi obbiettivi, questa si rafforza;
  • a creare un senso di appartenenza e comunità visto che crea connessioni con altre persone con cui condividerla;
  • semplicemente ad andare sempre avanti visto che crea fiducia nel futuro.

Nel corpo come si manifesta?

Innanzitutto con il sorriso, con un tono di voce chiaro e squillante, l’accelerazione cardiaca e l’aumento del tono muscolare, il respiro è meno regolare, la pelle è più sensibile.

Anche per la gioia ci sono altre emozioni a lei collegate come: felicità, godimento, sollievo, contentezza, beatitudine, diletto, divertimento, fierezza, piacere sensuale, esaltazione, estasi, gratificazione, soddisfazione, euforia, e al limite estremo entusiasmo maniacale.

La Gioia è l’antidoto alla Depressione.

 

ESERCIZIO

Prova a pensare a tutte le volte che ti sei sentita gioiosa e adesso senti nel corpo cosa succede se provi GIOIA, cosa ti fa dire che stai provando questa emozione?

Quello che posso dirti per prenderti cura della Gioia è di imparare a godertela senza fretta, sensi di colpa o altro che potrebbe spezzare la magia, è normale che ad un certo punto passi, come accade però anche alle emozioni negative, impara a coltivare il piacere nella tua vita e vedrai che i momenti di gioia aumenteranno!

“Gestire” le emozioni e gli effetti che esse hanno, i significati collegati alla nostra unicità è possibile con il metodo Focusing, se vuoi uno strumento per farlo il Corso Base di Focusing è quello che fa per te 😉

Lavagna con disegno del cervello e sotto una mano reale

Emozioni: limiti o risorse?

In questo post ti racconto delle emozioni e del perché sono importanti per il tuo equilibrio e se sono limiti o risorse.

Rivedere le nostre convinzioni su aspetti che diamo per scontati non è mai semplice, ma tutto è in continuo cambiamento in realtà, ce ne renderemmo conto se non fosse che la mente ce le “mostra” come ferme ed immobili.
Questo diventa un problema se ti impedisce di “vedere” come stai davvero (e non come pensi di stare 😉).

Emozioni negate

Le emozioni sono tante, in questa serie di post dedicati ti presento quelle primarie fondamentali.
Sono state ignorate completamente per lungo tempo e poi riabilitate in particolar modo nella seconda metà del ‘900, grazie al passaggio dalla psicologia comportamentista a quella cognitivista e allo sviluppo del concetto di intelligenza emotiva, che è così importante per uno sviluppo sano ed equilibrato della personalità.

È importante ricordare che le emozioni sono il motore energetico delle nostre azioni e dei nostri comportamenti; l’energia delle emozioni è la stessa energia vitale dell’Eros che ci spinge verso la realizzazione della vita e che ci fa muovere, crescere e se siamo fortunati anche moltiplicare 😉

C’era una volta…il cervello

Il cervello che abbiamo ereditato dai nostri antenati appena usciti dall’acqua, denominato rettiliano, e che ci ha permesso di sopravvivere sulla terraferma grazie ai meccanismi di difesa (attacco, fuga), dopo si è arricchito di un ulteriore funzione, chiamiamola emotiva, che gli ha permesso di catalogare le esperienze secondo le reazioni fondamentali derivanti dall’ interazione con l’ambiente (e che abbiamo in comune con tutti gli altri mammiferi), che principalmente sono (secondo alcuni autori):
paura, rabbia, tristezza, disgusto, sorpresa e gioia.

A questo proposito ti allego la mappa che evidenzia l’attività corporea in relazione alle emozioni primarie, che è stato dimostrato essere comune anche nelle differenti culture.

Ti faccio notare come alcune espressioni verbali le rispecchino fedelmente:
mi si blocca il respiro… il cuore per la paura; ho una rabbia che mi offusca la mente…che spaccherei il mondo (pugni); provo un calore e un senso di espansione e luce nel cuore e dappertutto (felicità amore) e così via.

La parte del cervello che ci permette di imparare a imparare, che ci permette di gestire (non controllare) sia i meccanismi di difesa sia le emozioni è la Neocorteccia (l’ultima arrivata, evolutivamente parlando).
È grazie a lei se possiamo essere consapevoli di ciò che avviene nel corpo e collegarlo ad un significato specifico di quel vissuto;
il buio al pericolo e alla paura;
le grida e i litigi alla rabbia;
il pianto alla tristezza;
questo avviene sia per la vita personale (episodi) che sociale (in famiglia, a scuola, con gli amici, in chiesa) che culturale (istruzione, modelli culturali).

Limite o risorsa?

Le emozioni dovrebbero aiutare a sentire cosa sta accadendo e come muoversi di conseguenza, cosa a cui pensa la ragione, ma se non lo fai, succede che viaggi in automatico sulle vie tracciate in precedenza, e sai cosa accade? Che magari traduci come tristezza un pianto di felicità, oppure per rabbia uno stato di tensione per stanchezza.

Oppure le riconosci ma le reprimi e siccome questo equivale a mettere un masso in mezzo un fiume in piena, questo esonda dove non potrebbe e il risultato sarà che tu te la prenderai con tuo figlio, quando invece sei incavolato col tuo superiore o col tuo collega, ad esempio.

ESERCIZIO

Ora prova a fare il punto su come vivi tu le emozioni:

  • Come venivano considerate le manifestazioni emotive in famiglia?
  • Si reprimevano o se ne parlava serenamente?
  • Se un maschietto piangeva come veniva considerata questa manifestazione?
  • E se una bambina rideva tanto?
  • Come venivano considerate le emozioni rispetto la ragione: alla pari, meno importanti o più importanti?
  • Oggi che relazione hai con le tue emozioni?
  • Le vivi consapevolmente o le subisci?
  • Cerchi di evitarle il più possibile o invece ti piace provare grandi emozioni e le ricerchi nei film, nelle letture o altro?
  • Se di solito eviti di sentirle, cosa fai per riuscirci?
  • Che strada prendono se le eviti: apri il frigo come me XD, ti riempi di cose da fare, cerchi di avere il controllo su tutto per evitarle, sei una perfezionista?
  • Cosa ti permette viverle consapevolmente e con equilibrio non giudicandoti?
  • Ritieni di essere più razionale, più emotiva o un giusto mix?
  • E se è vero che sei un mix, dove ti senti più emotiva e dove più razionale a casa, al lavoro o altro?
  • Come ti influenzano le persone che frequenti, se lo fanno, in questo?

La prossima puntata esploriamo con altri esercizi la paura, la tristezza e la gioia, e ci aggiungerò dei suggerimenti per prendercene cura, iscriviti alla newsletter per non perderti nulla.

Conoscere il 6° senso

Conosci il 6° Senso?

Tutti a scuola abbiamo imparato quali sono i 5 sensi: la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto.

Grazie a loro possiamo sviluppare la funzione sensoriale già dalla vita intrauterina, ma se vuoi conoscere anche il 6° senso continua a leggere e scoprirai che non è quello che ti fa vincere al gioco del lotto o parlare con i fantasmi, eheh.

Porte verso… e dal mondo

I sensi possono essere paragonati a delle porte che ci connettono sia al mondo
esterno che a quello interno.
Questo accade anche negli animali.
Il corpo umano però, come ci ricordano le neuroscienze, a differenza della fauna e della flora e grazie al fatto che “sappiamo” di esistere, è sia oggetto che soggetto di
percezione e osservazione.

Sviluppo e crescita

Il senso del tatto e quello dell’olfatto sono fondamentali nella relazione mamma-neonato: quest’ultimo praticamente comunica e interagisce con l’ambiente
esterno (madre o chi per essa) principalmente attraverso il contatto e
le sensazioni.
Questa funzione, anche se meno utilizzata col passare del tempo per l’utilizzo della parola e di altre forme di comunicazione, rimane comunque sempre importante anche per noi adulti.
Il senso del tatto, e quindi la pelle, è molto importante perché definisce una barriera di protezione e anche il nostro primo confine, come scrive Ken Wilber nel suo libro Oltre i confini.

Di questo ce ne siamo potuti rendere conto proprio durante il lockdown e
con il distanziamento sociale in cui dobbiamo fare a
meno di abbracci, baci e altre forme di contatto.

“Chi mi dà una carezza che scorre come un brivido in questo vento
lieve impregnato di essenze?”.
(Kiu-Ko)

Rappresentare la realtà

Altri sensi come quello della vista e quello dell’udito sono anche canali percettivi o
rappresentazionali, ossia canali con cui rappresentiamo e
descriviamo la realtà che ci circonda e le
situazioni che viviamo, preferendo l’utilizzo di uno fra essi in modo del tutto differente e soggettivo.

Il terzo canale percettivo, quello cenestesico o
cinestesico, include i sensi del gusto,
dell’olfatto, del tatto, ai quali vanno aggiunte le percezioni di
pressione, calore e movimento.

Dei canali VAK (che è l’acronimo di Visivo-Auditivo-Kinestesico) ho scritto anche nel post Sottofondo musicale nella visualizzazione, sì o no?

 

ESERCIZIO

Qui propongo un esercizio che serve ad osservare quali di questi canali
percettivi è preponderante in te osservando gli aggettivi
e i predicati verbali che utilizzi nel descrivere qualcosa (ovviamente
una rondine non fa primavera, occorrono altri aspetti non verbali per
confermarlo, ma da qualche parte bisogna pur cominciare).

  1. Scrivi o registra con il cellulare, se preferisci, una storia reale o
    immaginata e poi riascoltala portando l’attenzione alle parole che utilizzi .
  2. Suddividi un foglio in tre colonne e scrivi le parole in base a quale canale appartiene l’uno o l’altro termine, tra visivo (V), auditivo (A) e cenestesico o cinestesico (K).

Qui una tabella e qui un’altra.

Esempi: mi ha molto toccato quello che hai detto; sarebbe davvero
emozionante vivere una tale opportunità; ti sai muovere bene in
questo ambito (tutti aggettivi cenestesici); vedo meglio la situazione
se immagino cosa accadrà, è una visione bellissima la tua casa,
posso vedere cosa significa per te (visiva); non mi suona bene questa
storia, dovrei essere più armonioso, sono tutt’orecchi (auditivo).

Movimento e memorizzazione

Un altro aspetto legato a questo canale è che la persona che lo
predilige associa un’azione all’apprendimento e quindi sarà:

  • quello che deve scrivere gli appunti mentre assiste ad una lezione
    oppure che studia scrivendo i riassunti degli argomenti; o ancora,
  • quella che cammina mentre memorizza le tabelline o la lezione.
  • coloro che raggiungono risultati importanti nello sport, nei giochi di ruolo, nelle attività manuali e in tutte quelle che richiedono una particolare
    memoria di movimento, …peccato non averlo scoperto quando
    andavamo a scuola eh? XD

Percezione nello spazio del corpo

E’ un altro aspetto della funzione propriocettiva e cinestesica.
Questa funzione è collegata allo stato di contrazione dei muscoli del corpo stesso e anche quando ha il supporto della vista si definisce propriocezione.

Questa percezione non riguarda solo gli spazi esterni (esterocettivi) ma anche interni (enterocettivi).

Fu descritta per la prima volta da Charles Scott Sherrington ed è considerata il 6° senso in quanto regolata da una parte specifica del cervello (come gli altri 5).

Di solito è molto importante nella riabilitazione di articolazioni, muscoli e tendini ma oggi esploriamo un aspetto meno diffuso, quello della percezione della distanza tra te e ciò che ti circonda, come oggetti e persone.

ESERCIZIO di propriocezione

Siediti in una stanza della casa e chiudi gli occhi, fai qualche respiro più sottile e profondo fino a quando sentirai uno stato di quiete; poi porta la consapevolezza al tuo corpo nella sua interezza, alla postura e a come percepisci il posto in cui ti sei seduta.

Prenditi ancora qualche attimo per compiere dei respiri consapevoli e poi prova a percepire la distanza tra te e il soffitto, tra te e il pavimento; prova a sentire come percepisci la distanza a sinistra del tuo corpo, quindi tra te e la parete sinistra, e tra te e la parete destra; prova a sentire anche come percepisci lo spazio che ti separa dagli oggetti che conosci della stanza, una libreria, un tavolo, un mobile.

Mi raccomando di osservare cosa senti senza criticarti o fare valutazioni e soprattutto tenendo sempre presente che non c’è niente che deve accadere per forza, certe sensibilità vanno esercitate per poterle “riattivare”, dove portiamo l’attenzione lì possiamo percepire.

Prenditi cura di te

Adesso immagina di attivare questo 6° senso tra le persone e
prova ad osservare come reagisce il tuo corpo quando ti avvicini
ad una persona famigliare rispetto ad una che non conosci, dove
senti nel corpo eventuali tensioni?
A che distanza riesci a mantenere una postura rilassata e dopo
quando invece qualcosa si contrae? Con chi?
Questo ambito si chiama prossemica ed è un aspetto molto
importante da sviluppare, non solo per poter riconoscere quando
qualcuno si avvicina troppo, ma anche quanto possiamo avvicinarci
noi a qualcuno (come nel caso dei bambini).

Azioni efficaci in 5 mosse

Come rendere le tue azioni più efficaci ed efficienti in 5 passi

In questo post ti suggerisco 5 passi necessari a rendere le tue azioni efficaci ed efficienti per i tuoi obiettivi e come farli aderire completamente a chi sei tu.

Sono passi necessari da tenere presente quando vuoi raggiungere un obiettivo sia nel lavoro che nelle altre aree della tua vita.

Per ogni obiettivo occorre pianificare azioni (task) e sotto-azioni (sotto-task) collegate al fare, ma anche necessariamente all’essere, nel senso di chi deve mettere in atto le azioni, ossia tu!

Quali azioni

Le azioni per realizzare i tuoi obiettivi, non solo devono risultare efficaci per, ma possibilmente anche efficienti.

Così ti permetteranno di raggiungere il massimo risultato con la minima spesa non solo in termini economici, ma anche energetici.

Inoltre che tengano conto e delle altre risorse necessarie, come abilità, talenti, competenze, contatti, che spesso dimentichi di possedere.

Senza accontentarti di soluzioni generali scritte per tutti indistintamente, incluso ciò che ti suggerisco io in questo post, ma cercando soluzioni che garantiscano il successo delle tue azioni nella realtà unica e speciale perché soggettiva, sperimentando e provando ciò che funziona davvero per te!

 

Azione efficace ed efficiente

Efficace è chi fa le cose giuste, efficiente è chi fa le cose nel modo giusto.
Peter Ducker

Il termine efficacia deriva dal verbo latino efficere e indica l’azione del fare, produrre; indica la capacità di raggiungere il fine determinato in precedenza.

L’efficienza c’è se l’azione produce l’effetto voluto (da qui l’importanza delle verifiche e dei feedback durante l’esecuzione delle task e sotto-task) ed è collegata all’abilità di farlo impiegando le risorse minime indispensabili.

Il rischio reale è quello di investire tempo ed energie in qualcosa di sbagliato o “non-giusto” , ma come si fa a sapere tutto ciò prima?

Prima di tutto è importante chiarire quali sono le cose “giuste” per quegli obiettivi ma anche se questi stessi, a loro volta, siano giusti per te.

Primo Passo: la motivazione

Poniti le domande giuste:

  • quali motivi ho per perseguire questo obiettivo?
  • L’ obiettivo ha un senso per i progetti in corso o futuri? E se non lo ha, a quali bisogni risponde? E’ possibile integrare questo bisogno con quello che vorrei o dovrei raggiungere?
  • Nell’ immediato, che spazio posso offrirgli?

Secondo Passo: vai più a fondo

Sono fondamentali l’intenzione e l’energia con cui decidi l’obiettivo e queste sono strettamente connesse ad altre domande:

  • per chi, per cosa, perché voglio raggiungere questo obiettivo? Quali valori, principi, convinzioni ho legato a questo obiettivo?
    Cosa c’è sotto, cosa conta davvero per me in questo obiettivo (sii onesta con te stessa, non c’è niente che deve accadere per forza e non devi rendere conto a nessuno che non sia te stessa).
  • Qual’è la Missione, cosa porterebbe nella mia vita se lo raggiungessi?
  • Qual’è la Visione, cosa porterebbe nell’ambiente che mi circonda, nel mondo se lo raggiungessi?

Terzo Passo: come deve essere il cosa

L’obiettivo deve essere smart, quante volte l’hai sentito (specifico, misurabile, raggiungibile, realistico e in un tempo determinabile).

Nessuno ti dice che questo richiede un ascolto profondo e un buon lavoro su Motivazione e Modalità di perseguimento adatto a te e delle qualità necessarie per perseguirlo.

Quarto Passo: verifiche e feedback

Per dare una direzione alle azioni necessarie al raggiungimento dell’obiettivo occorre pianificare, a monte di task e sotto-task ,anche le verifiche e i feedback che poi ti consentiranno di aggiustare il tiro dove necessario.

E questa è una cosa che sicuramente sarà necessaria, perché pensare non è fare.

Quinto Passo: come realizzare l’obiettivo

Trova soluzioni semplici e originali (nel senso adatte a chi le origina, cioè tu):

  • a volte occorre uscire fuori dagli schemi soliti e agire come quando devi imparare qualcosa da zero partendo dall’ A B C, come se non avessi delle vie neurali già tracciate, delle altre esperienze note e perciò scontate.
  • Scrivi tre strategie che ti sembrano davvero improbabili ma che ti permetterebbero di raggiungere l’obiettivo come se avessi tutte le risorse necessarie e come ti sentiresti a realizzarle.
    Poi metti il cappello del qui ed ora e scrivi, invece, cosa puoi fare oggi con quello che hai ma con quella visione da raggiungere all’orizzonte.
  • essere efficaci non vuol dire solo produrre un effetto voluto ma scegliere i giusti obiettivi, e le strategie semplici, originali ed ecologiche (no allo spreco di energie e perciò utilizzando durante tutto il percorso le risorse nella quantità e qualità idonee).

Non potevo esimermi dall’aggiungere il + 1

È la mia Missione.

Insegnare l’autonomia nella gestione delle proprie scelte grazie al sostegno della consapevolezza di sé e dell’auto-accettazione empatica di tutti i nostri limiti, perché come diceva Albert Einstein:

Una volta accettati i nostri limiti è possibile superarli

Applicare il Metodo Focusing nella fase della pianificazione e della deliberazione di un obiettivo, offre la possibilità di sentire le vere intenzioni dietro quell’ obiettivo e non quelle dei sé parziali che abbiamo.

I sé parziali sono parti di noi cresciute con idee differenti su di noi che guidano inconsciamente le nostre azioni e spesso entrano in conflitto tra loro bloccando, boicottando e agendo come profezie auto-avveranti.

Roberto Assagioli , il padre della Psicosintesi, una corrente psicologica-filosofica, parlava di sé parziali, riferendosi a:

  • chi crediamo di essere,
  • vorremmo essere,
  • pensiamo di dover essere,
  • come pensiamo di apparire agli occhi degli altri,
  • come vorremmo apparire agli occhi degli altri

e alle personalità o sub-personalità che ci costruiamo sopra.

Relazioni importanti

  • come conosco cosa è realistico per me nell’obiettivo smart se tendo a sottovalutare o sopravvalutare le mie risorse?
  • Come posso essere sicura di attivare tali risorse nei tempi e nei modi più idonei e possibili per me?
  • Quanto sono autentica e congruente con l’obiettivo che vorrei realizzare?
  • Sono consapevole di quali istanze ci sono sotto?
    Quale dei sé parziali mi sta muovendo a farlo? Non perché ci sarebbe qualcosa di male in questo, ma esserne consapevole mi aiuterebbe nella previsione “delle obiezioni” sia nel momento della pianificazione che della realizzazione.
  • Quanto aderisco consapevolmente all’ obiettivo, ma anche ai suoi effetti una volta realizzato?

Sono solo alcune delle premesse importanti e necessarie affinché le azioni da compiere per il raggiungimento degli obiettivi siano aderenti a te come un abito su misura, comodo e funzionale allo scopo che ha.

Un abito in grado di evidenziare i tuoi punti di forza e nel contempo minimizzare i punti deboli così che siano consapevolizzati anziché nascosti alla coscienza, da dove altrimenti agirebbero indisturbati minando sia l’efficacia che l’efficienza delle tue azioni future e presenti.

Fammi sapere che strumenti utilizzi per scegliere ed agire nelle cose fondamentali e a cui tieni, perché c’è sempre da migliorare le proprie opzioni di scelta e aggiungere frecce al proprio arco è sempre una buona strategia 😉

Dormire bene ai tempi del covid

Come dormire bene ai tempi del Covid

Dormire bene ai tempi del Covid non è impresa facile. Ma se continui a leggere troverai spunti e suggerimenti per superare questa difficoltà nel dormire.

Sia che ci si trovi davanti alla difficoltà all’ addormentamento, che a risvegli precoci o a sonno disturbato, si è sempre in presenza di insonnia.

Le cause

Quando le cause sono collegate a qualche evento specifico, come in questo caso, si parla di insonnia situazionale.

Questo tipo di insonnia che non permette di dormire bene, può durare da pochi giorni a settimane e di solito, la scomparsa del fattore scatenante determina una remissione del disturbo.

La situazione di tempo sospeso e incertezza per tre mesi e ora la ripresa lenta e non completa dalla pandemia di Covid, ha sicuramente causato uno stato di ansia ed apprensione che possono essere causa di stress tra i cui sintomi può esserci,appunto, l’insonnia.

Con l’arrivo della bella stagione e delle giornate più lunghe in termini di ore di luce, è possibile che l’organismo faccia anche fatica a ritrovare il ritmo tra le ore di veglia e quelle di sonno.

In aggiunta ai sintomi notturni, possono essere presenti anche sintomi diurni legati al fatto di non dormire bene come:

fatica, irritabilità, sonnolenza, disturbi dell’umore, difficoltà di apprendimento/memoria,
si potrà parlare anche di Sindrome da Stress Post Traumatico.

Ore ideali di sonno

Che tu sia un breve dormitore perché ti bastano poche ore di sonno, oppure un lungo dormitore e come me dormiresti 10 ore a notte, la National Sleep Foundation ha pubblicato uno schema indicativo del massimo e del minimo delle ore di sonno suggerite per ogni fascia d’età:

  • Neonati 0-3 mesi 14-17
  • Bambini 4-11 mesi 12-15
  • Bambini 1-2 anni 11-14
  • Bambini età prescolare 3-5 anni 10-13
  • Bambini/pre-adolescenti 6-13 anni 9-11
  • Adolescenti 14-17 anni 8-10
  • Giovani adulti 18-25 anni 7-9
  • Adulti 26-64 anni 7-9
  • Anziani 65+ anni 7-8

Mettere la sveglia per andare a dormire, come dice Giulio Gulizia di Vivere Intenzionalmente  è un buon modo per dire che se andassimo a letto all’orario giusto a garantirci un buon sonno ristoratore, probabilmente ci sveglieremmo senza bisogno di alcunché.

Sarebbe quindi propedeutico per una successiva e soddisfacente routine del mattino. (Approfitto per dire che non sono pagata per fargli pubblicità, così come in nessun altro caso in cui cito personaggi o libri nei miei articoli e se un domani accadesse ti avviserei di essere sponsorizzata!)

Raccomandazioni generali

Per agevolare un buon sonno ci sono anche queste considerazioni generali da tener presente:

  • non bere alcool e caffeina
  • non cenare tardi,
  • non praticare attività fisica alla sera,
  • non dormire al pomeriggio,
  • non stare troppo davanti alla TV e alla luce blue dei device,
  • predisporre un buon microclima nella stanza da letto prendendosi cura di materasso e biancheria,

Ma ci sono tre cose che personalmente ritengo molto efficaci per garantirmi di dormire bene e sono:

  1. attuare il rituale di preparazione al passaggio dalla veglia al sonno, ossia una routine serale;
  2. utilizzare in maniera mirata l’aromaterapia e quindi gli oli essenziali;
  3. praticare la sintonizzazione col corpo tipica del Metodo Focusing con la finalità relax più accentuata.

1. La routine serale

Rallentare i ritmi prima di andare a dormire rende la predisposizione al sonno più efficace, l’ho imparato da bambina, quando mettevo a dormire tutti i giocattoli prima della lettura delle fiabe, degli eroi greci o altri poemi di varia origine alla sera (ricordi felici della mia infanzia). Ho ritrovato questa buona abitudine qualche anno fa grazie alla nascita di mio figlio.

La mia routine della sera inizia subito dopo aver sistemato la cucina, non so tu, ma io non sopporto di trovare il caos al risveglio, poi faccio almeno 3 di queste azioni:

  • una tisana o anche solo dell’acqua calda,
  • un bagno caldo o un pediluvio utilizzo l’aromaterapia,
  • un auto-massaggio viso o corpo,
  • leggere qualcosa di leggero,
  • accarezzare il gatto, il coniglio o chi per loro,
  • farmi un massaggio al viso con una pietra,
  • farmi massaggiare i piedi dal mio amore con una crema idratante,
  • ascoltare musica rilassante.

Avremo occasione di parlare anche in altre occasioni del buon dormire, oggi mi soffermo sull’ utilizzo dell’aromaterapia, il resto lo potrai leggere con i prossimi Appunti di Viaggio.

2. Aromaterapia ed oli essenziali

Cosa sono gli oli essenziali? Gli oli essenziali (o.e.), sono estratti da piante o da frutti o parti di esse attraverso distillazione a vapore. E’ molto importante che le piante siano biologiche, pure e naturali al 100% perché entrano in contatto con la pelle, sono inalate o in rari casi utilizzati internamente per ingestione.

Rappresentano il sistema difensivo delle piante e la loro parte più essenziale, appunto, potremmo definirli come l’anima delle stesse.

Si possono utilizzare singolarmente o anche in sinergia con altre che ne potenziano in questo modo gli effetti.
Se volete saperne di più in ordine di approfondimento vi consiglio Stefano e questo libro, questo  che ho utilizzato in Naturopatia e questo più incentrato sull’estetica di Federica.

Ricorda che naturale non vuol dire non nocivo, anche il petrolio o la Digitale sono naturali eppure fanno danni!

Anche se studi e leggi di AROMATERAPIA c’è molto da conoscere, in relazione all’età, alle condizioni di salute e ad eventuali interazioni con i trattamenti farmaceutici che la persona potrebbe assumere (anticoagulanti, antipertensivi o altro).

Inoltre, ci sono oli che contengono sostanze chiamate fenoli che possono provocare ustioni in determinate circostanze; oli come quelli agrumati che sono fotosensibilizzanti e creano macchie sulla pelle se ci espone al sole entro le 24 ore; oli che possono essere utilizzati da tutti e altri invece che non possono essere utilizzati in gravidanza o allattamento; sotto i due anni, etc. etc.

Finché si tratta di un bagno o un utilizzo occasionale, previo test di sensibilizzazione si possono anche provare, ma per utilizzi prolungati e specifici rivolgiti sempre a dei professionisti qualificati.

Test di sensibilizzazione

prima di utilizzare un qualsiasi olio si fa così:

  1. procedere con la diluizione di 1 gtt(goccia) di olio essenziale (o.e.) in un cucchiaino di olio vegetale qualsiasi
  2. dopo aver mescolato bene la miscela con il dito, spalma nel cavo interno del gomito la miscela fino ad un parziale assorbimento, ma senza strofinare eccessivamente.
  3. Trascorse 24- 48 ore se sono evidenziate reazioni cutanee come arrossamenti, spellature o altro della zona o anche in altre regioni del corpo, si può presumere di non avere reazioni allergiche al suo utilizzo (dell’ o.e.).

Utilizzo il termine presumere perché in realtà per scatenare una reazione allergica si entra in contatto con la sostanza detta allergene  una prima volta e solo al contatto successivo gli anticorpi che l’organismo ha prodotto nel frattempo reagiscono alla sostanza scatenando la reazione allergica.

Diciamo che però molto spesso entriamo in contatto con molti allergeni senza saperlo e perciò possiamo avere da subito una reazione (basta pensare a saponi, detersivi e altro con profumi).

Lo so che probabilmente ti ho terrorizzato, bene, eheh!

Scusa, ma credo che i danni dovuti all’ ignoranza (nel vero senso del termine e cioè ignorare) siano maggiori di numero e gravità di quelli per malafede.

Gli oli per dormire

Pronta per conoscere gli oli che utilizzo io per dormire?

Aggiungendo che c’è un universo di possibilità soggettive anche rispetto a ciò che concilia il sonno, al di là dei testi, annusa, sperimenta e cerca quali sono più nelle tue corde tra quelli indicati.

I magnifici 5

Ce ne sarebbero diversi da citare, anche per una appassionata dei 7 chakra che unisce varie conoscenze per trattare lo stesso tema, ma mi limiterò ai prossimi cinque.

Primo o.e. quello di lavanda vera o spica

ha un effetto rilassante sul sistema nervoso, e riequilibra il 6° chakra (il punto tra le sopracciglia o terzo occhio), calma i pensieri ripetitivi e l’ansia (su mio figlio ad esempio aveva un effetto paradosso che lo irritava, avrei dovuto riprovare più avanti, ma non ne ebbe più bisogno). Se ne possono mettere 4 gocce su un dischetto di cotone e appoggiare sul comodino; oppure utilizzare la forma spray ottenuta con 100ml di acqua e 20 gtt di o.e. (puoi utilizzare i contenitori vuoti del deodorante) agitandolo prima dell’uso in quanto gli oli non sono solubili in acqua.

Secondo olio preferito è quello di Rosa

si può utilizzare anche il Legno di rosa, se troppo costosa eheh, ha un cuore intenso e avvolgente che arriva dritto al 4° chakra, riarmonizza egregiamente, una goccia massaggiata sul luogo del cuore è una coccola straordianria.

Poi c’è la Camomilla Romana

indicata per i frequenti risvegli notturni e agisce sul sistema nervoso e sulla muscolatura tesa perciò un massaggio serale sul corpo magari dopo un bagno caldo con un olio vegetale adatto (jojoba, riso, girasole o mandorle) 30 ml e 5-6 gtt. Oppure 1-2 gtt pure dietro il collo e sulle tempie. Essendo gialla va anche bene sul 3° chakra quello del plesso solare.
Il quarto olio è quello di Arancio amaro o dolce che con il suo aroma fruttato dona serenità, soprattutto ai bambini. Porta gioia di vivere ed è antidepressivo senza eccitare il sistema nervoso, anche questo se massaggiato sul 2°- 3°oppure 4° chakra riporta serenità e leggerezza.

Quinto ed ultimo è quello di Mirra

che è un estratto di resina naturale e non una pianta.

E’ molto persistente e se ne usano 2 gtt in 30 ml di olio neutro la sera per massaggiare il corpo magari dopo un bagno caldo. Utilizzando sin dall’ antichità per la sua azione calmante e confortante a livello spirituale, ma anche rigenerante sul corpo.

Un ottimo modo per utilizzare gli oli essenziali sia a casa che nell’ambiente di lavoro è con i diffusori ad ultrasuoni, se potete evitate quei brucia essenze che usano il fuoco perché li bruciano e li rendono tossici.

Piuttosto utilizzate il dischetto di cotone imbevuto di qualche goccia o il roll on con olio vegetale e 1-2 gocce di o.e. da passare come un profumo su polsi e collo o cuore.

3. Sintonizzazione col corpo rilassante

Nel primo passo del Metodo Focusing si utilizza una sorta di body scan che permette alla persona di scendere sempre più profondamente nel sentire corporeo e così facendo rallentare pensieri e divagazioni mentali.

Il suo scopo non è quello di rilassare, ma è un effetto collaterale che in questo caso si può utilizzare potenziandolo con un’ attenzione specifica al “lasciar andare” le tensioni del corpo man mano che si procede nella sintonizzazione.

Ne esistono diverse versioni, breve, media e lunga, le trovi scritte qui e se ti registri quella che vuoi provare per addormentarti potrai utilizzarle nelle sere in questione.

Per questo aspetto è tutto, buone esplorazioni nel mondo degli aromi e buon dormire.