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Consapevolezza, Centratura, Presenza, cosa sono, perché sono importanti?

Consapevolezza, Centratura e Presenza sono 3 modalità per esprimere differenti livelli di capacità di essere coscienti di sé.
La struttura psicologica deputata a questa funzione è quella dell’ Io.

P.G. Nocella scrive, “L’io è spesso confuso con la personalità cosciente, ma in realtà è diverso da questa”. Nella Psicosintesi, infatti, “i mutevoli contenuti della coscienza, come i pensieri, le sensazioni, le emozioni, le immagini, i desideri e le intuizioni sono distinti dall’ io autocosciente che li contiene, li percepisce, li osserva”.

Esperienza 1

Prima di proseguire nella lettura prenditi un minuto e segui queste semplici istruzioni:

  • metti un dito su qualcosa vicino a te, un foglio, un oggetto e senti cosa percepisci sfregando, toccando quella superficie; cosa stai percependo con il tatto? La sensazione di qualcosa di liscio o di ruvido? Qualcosa di freddo o caldo? Che sensazione stai provando? Rimani ancora un attimo con la tua percezione…
    adesso fai un respiro più profondo e sposta la tua attenzione dal dito (che manterrai ancora in contatto con la superficie scelta) al resto del tuo essere qui in questo momento mentre osservi tutto ciò …Ora sei il dito, le sensazioni che percepisci, ma sei anche chi osserva….senti la differenza?

Osservare per comprendere

In questo esercizio molto semplice (ricevuto da Marina Blandino durante un seminario sull’Io) possiamo dire che la consapevolezza è rendersi conto che stai strofinando l’indice sul foglio, è sentire com’è il foglio con il senso del tatto (se utilizzassi l’odorato sarebbe un’altra cosa e cambierebbe anche se utilizzassi il senso del gusto, bleah!).

Quindi essere consapevoli è conoscere, anche mentre guido e penso ad altro io sono consapevole che sto guidando, anche se il guidare in senso concreto lo faccio automaticamente.

Quando però divento consapevole di essere consapevole c’è una meta-consapevolezza, come quando nell’ esercizio di prima ti ho fatto notare che c’era l’essere consapevole dell’effetto dito sul foglio, e poi qualcos’altro in te che osservava quel che stava accadendo.

Avremmo potuto allargare la consapevolezza (consapevolezza panoramica) anche a ciò che accadeva attorno e quindi nell’ambiente circostante, pur mantenendo nel campo della consapevolezza anche il dito che sentiva.

Se vuoi riprovarlo con questa variante ti aspetto e ci ritroviamo fra qualche minuto, altrimenti continua a leggere.

Cos’è la Presenza

Se fossimo in grado di vivere sempre nel flusso di coscienza del presente allora si direbbe che siamo Presenti, ossia che percepiamo la nostra esistenza qui e ora, profondamente e consapevolmente, unendo i livelli di consapevolezza descritti prima.

Questo prestare attenzione momento per momento in Occidente ha preso il nome di Mindfulness.

In Oriente ha nomi differenti come le diverse discipline che nella loro pratica includono la presenza mentale come:
Meditazione, Yoga, Arti varie come ti raccontavo nei post dedicati all’ argomento “meditazione”.

Grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) sappiamo ormai che sono tutte pratiche valide nel miglioramento dello sviluppo non solo della stessa consapevolezza, ma anche della concentrazione, della chiarezza mentale e della salute in generale.

Chi sono io?

Con la citazione della Novelli abbiamo scoperto che l’ io cosciente non è quello che si identifica con i mutamenti della coscienza, ma un riflesso di una coscienza più ampia che include l’io stesso, e questo è il cosiddetto Sé.

Come dice Piero Ferrucciè quella parte di noi che è sempre sana e che corrisponde alla nostra vera identità e che rimane sempre uguale a se stessa…nel centro siamo padroni di noi stessi, siamo a casa anziché essere schiavi esiliati in una terra lontana; siamo vigili, invece di essere preda di sogni angoscianti; siamo noi stessi invece di essere altro da noi. Il centro è il nostro Io”.

Quel senso di identità che ci permette di dire Io a 2 anni, a 30 o a 70 e che ha quindi una qualità di continuità.

Inconscio e centratura

In molti siamo a conoscenza che siamo consapevoli della realtà solo per il 10% del suo totale, perché il restante 90-92% è completamente immerso nell’ inconscio e quindi nel mondo del non-visibile.

 

Uovo di Assagioli

Diagramma di Assagioli

 

Quando si parla di Centratura si vuole indicare la capacità di essere un Sé più ampio, poiché consapevole delle identificazioni del piccolo sé (io) con i contenuti parziali (emozioni, pensieri, credenze ecc).
Quando siamo s-centrati :dimentichiamo noi stessi, viviamo ai margini del nostro essere e in balia dei nostri fantasmi”.

Essere Consapevoli, essere Centrati, essere in Presenza sono tutti termini che indicano il raggiungimento (a vari livelli) della capacità di connessione tra i nostri stati di coscienza e l’IO e di quest’ultimo all’ ambiente circostante.

Potremo così “tornare a casa”, una casa imperturbabile, sicura, sostenente, ampia, luminosa e ricca.

Più riconosceremo che siamo sia questo sia quello (il dito, le sensazioni e l’Osservatore) più integreremo il mondo interno ed “esterno”, incluse le nostre relazioni con persone, oggetti, animali, piante.

 

Perché ritrovare L’Io sovrano, il Centro?

Allenandoci a mantenere un’osservazione curiosa, aperta e soprattutto non giudicante rispetto se stessi, non solo aumentiamo la conoscenza e la consapevolezza, ma riduciamo l’apparente distanza tra noi e il resto del mondo.

Le relazioni, la conoscenza di se stessi, la sicurezza e l’autostima, sono tutti aspetti che dipendono direttamente dalla capacità dell’ Io di essere consapevole dei suoi meccanismi di difesa, dei suoi automatismi e di ciò che lo intrappola e limita la realizzazione.

Lo strumento per coltivare questa consapevolezza lo sceglierai tu, potrai trovare qualche spunto qui, ma a tal proposito ti racconto una storia:

IL TEMPO NON E’ POI COSI’ IMPORTANTE
Un maestro zen radunò i suoi discepoli e disse loro:
“Chi si sforza, può raggiungere l’illuminazione in sette giorni.
Se non vi riesce, di sicuro la raggiungerà in sette mesi, o in sette anni.”
Entusiasmato, un giovane domandò come poteva riuscire a raggiungere la saggezza in soli sette giorni.
“Concentrazione”, fu la risposta che ottenne.
Il giovane cominciò a praticarla, ma dopo dieci minuti si era già distratto.
Ricominciò, ma di nuovo perse la concentrazione.
Dopo una settimana non aveva ottenuto niente di concreto ma stava più attento alla propria ansia e alle proprie fantasie.
A poco a poco cominciò ad abituarsi all’ idea che il tempo non è poi così importante sul cammino spirituale.
Un bel giorno il ragazzo decise che non era necessario arrivare rapidamente alla meta, dato che il cammino gli stava insegnando molte cose.
E fu proprio in quel momento che divenne illuminato.

Se in questo periodo non stai praticando qualcosa in particolare, ti consiglio caldamente l’esercizio di disidentificazione e auto-identificazione di Roberto Assagioli, una meditazione che mi accompagna ancora nei momenti di s-centramento con ottimi effetti!

Maschera di carnevale

E’ Carnevale, ma la maschera la portiamo tutto l’anno!

Questo mese si festeggerà il Carnevale e le persone a cui piace si travestiranno e metteranno delle maschere.

Io festeggerò diverse ricorrenze, dalla Giornata internazionale delle ragazze e delle donne nella scienza, alla Giornata della gentilezza passando anche dalla Giornata mondiale contro il cancro; ma il Carnevale no, non è una ricorrenza che mi piace particolarmente.

Sin da bambina mi creava problemi, principalmente per questi motivi:

  1. non amavo travestirmi perché il costume da indossare era sempre già stato usato almeno da una delle mie 3 sorelle;
  2. mi sentivo sempre a disagio come se stessi dicendo una bugia;
  3. odiavo gli scherzi stupidi dei compagni di classe.

Ma questa festa mi ha permesso di riflettere sul significato della maschera a livello psicologico e quindi, se vuoi conoscere la relazione tra persona e maschera, continua a leggere.

Persona o maschera

Il termine Persona deriva dal latino, e ancor prima dall’etrusco, e significava “maschera dell’attore” ma anche “per-sonare”, infatti veniva usata per amplificare la voce a teatro.

Persona come ruolo, come ciò che noi presentiamo al mondo e che è spesso solo una maschera legata ai condizionamenti sociali-familiari-culturali.

In ambito relazionale-esperienziale

In Psicosintesi più che di Persona, si parla di Sub-personalità. Come diceva il suo fondatore Roberto Assagioli:

“L’Io viene spesso confuso con l’insieme della personalità cosciente, ma in realtà è diverso da essa, come dimostra un’attenta introspezione. Altro sono i mutevoli contenuti della coscienza, i pensieri, i sentimenti, etc. altro è l’io, l’autocoscienza che li contiene e li percepisce”.

Sempre secondo Assagioli, il fatto che abbiamo un solo corpo e che la mano destra non picchi la sinistra, non significa che siamo unificati.

Anche secondo Ouspensky, i fattori che incoraggiano questa idea di unificazione sono due:

  • il fatto di possedere un solo corpo,
  • attraversare tutta la vita con un unico e permanente nome.

Questo mi ricorda il libro E venne chiamata due cuori di Marlo Morgan, nel quale gli aborigeni australiani cambiavano il nome quando cambiavano lo scopo, il senso della loro vita, la loro identità nella tribù e questo poteva accadere diverse volte nella loro vita.

C.G.Jung

La Persona, ovvero la maschera, è anche uno degli archetipi junghiani ed indica il ruolo che il soggetto interpreta nel contesto sociale in cui agisce.
Tale ruolo presuppone una certa adattabilità (si è genitore, figlio, insegnante, avvocato, medico, operaio, etc) e che sia sempre contestualizzato (inerente al contesto).

Quando questa adattabilità al ruolo viene a mancare (il professore universitario che ‘esercita’ quel ruolo anche in famiglia oppure tra gli amici, etc.), avviene che l’Io si identifica totalmente o quasi con la Persona e si ha uno squilibrio (in termini junghiani: inflazione) che è in contrasto con lo sviluppo psicologico sano e integrato.

Diciamoci la verità, siamo tutti inflazionati, eheh.

La Persona quindi rappresenta il lato esteriore del soggetto, mentre l’Anima (nell’uomo)/Animus (nella donna) rappresentano il nostro lato interiore; entrambi, uniti agli altri archetipi (Ombra, Vecchio, Fanciullo, Eroe, Sè, etc) rappresentano parti o modelli del nostro apparato psichico.

Nel Focusing

Nel Processo di Focusing queste parti, modelli, archetipi, ecc. prendono voce attraverso quello che il suo fondatore Eugene T. Gendlin, ha denominato Felt-Sense.

Il felt-sense, per dirla in parole semplici, è come un riassunto che il “corpo” nella sua totalità visibile e invisibile fa.

Ogni situazione, ogni esperienza, oggi, si collega con un sottile filo a “qualcos’altro” che nel tempo è stato messo da parte, inascoltato, negato e grazie ad esso (il filo=felt-sense) ripercorrendolo a ritroso, nel qui ed ora, può essere riconosciuto e accolto.

Questo essere visto, riconosciuto, permetterà a quel “qualcosa” che si esprime grazie al felt-sense di procedere nella sua emancipazione e auto-realizzazione.

In pratica con il Metodo Focusing non facciamo altro che imparare l’atteggiamento adeguato e rispettoso, come ad esempio dei tempi differenti che ogni “parte” di noi necessita per realizzarsi e così andare ad agire sulla vera causa di conflitti e blocchi in vari ambiti.

Come riconoscere le maschere

Spesso significa semplicemente prendere consapevolezza della “loro” esistenza, dando pari dignità a tutte, equanimamente.

Di solito ciò non accade perché inconsciamente o meno crediamo che sia “più importante” qualcos’altro, oppure “più giusto”, o ancora “meglio per noi” una piuttosto che l’altra e in questo modo si blocca la loro naturale integrazione.

Esercizio

Prendi un Foglio A4, disegna una grande margherita e al centro scrivi il tuo nome, in ogni petalo scrivi tutti i ruoli che ricopri nella vita, piacevoli e non, le passioni che hai o in cosa sei brava, se senti una vocina che interviene scrivi anche “La criticona”, “la perfettina”, “la so tutto io”;

se fai fatica a riconoscerti ruoli e passioni aggiungi “l’inadeguata”, la “che ne so io” etcc. 😉

Quando senti che non hai più petali da aggiungere, riscrivi il tuo nome su un altro foglio, questa volta nel senso verticale e affianco ad ogni lettera del tuo nome aggiungi una qualità che ti riconosci e se ne arrivano anche di più delle lettere che hai, aggiungile sotto.

Se invece fai fatica chiedi aiuto ad un’amica che sicuramente fa meno fatica di te, ma tieni presente che questa fatica è una cosa importante da riconoscere!

Tutto questo con l’ausilio di penne, colori, ma soprattutto creando un momento tutto per te, uno spazio che agevoli la giusta attitudine, puoi accendere una candela, prepararti una tisana calda…

Mentre fai l’esercizio porta l’attenzione al sentire corporeo, ci sono tensioni? succede qualcosa? com’è il respiro?

E alla fine, dopo le qualità che ti riconosci, come stai?

Fammi sapere se hai provato e se ti fa piacere, cosa hai notato.

Conosci gli effetti della meditazione?

Quando si parla degli effetti della meditazione si fa presto a sovrapporre il piano fenomenologico, quello spirituale e quello scientifico perciò non è stato semplice scrivere dell’argomento in poche righe.
Secondo la Psicologia Generale la Meditazione è una forma di alterazione della coscienza utile a migliorare la conoscenza di sé e il benessere attraverso il raggiungimento di uno stato di profonda tranquillità.

Effetti sull’ umore

  • riduce ansia e depressione,
  • migliora la consapevolezza di sé,
  • riduce gli attacchi di panico,
  • migliora il sonno,
  • ha effetti sulla concentrazione e le competenze, migliora la funzione decisionale, la memoria,
  • migliora la distribuzione delle risorse, la resistenza allo stress,
  • aumenta l’intelligenza emotiva, la resilienza, evita il dannoso multitasking.

 

Effetti sulle relazioni

  • migliora l’empatia, la gentilezza,
  • migliora la compassione,
  • diminuisce l’isolamento sociale, la solitudine,
  • diminuisce le preoccupazioni.

 

Effetti sulla salute

  • Aiuta nel trattamento delle dipendenze,
  • Rinforza il sistema immunitario,
  • diminuisce l’ansia nelle malattie cardiache,
  • nell’ ipertensione,
  • nelle infiammazioni intestinali,
  • sintomi premestruali e menopausa,
  • diminuisce la fame emotiva,
  • aiuta ad accettare le situazioni di sofferenza
  • agisce sul dolore cronico e la depressione

Di questi effetti, in effetti, non abbiamo tutte le informazioni che ne comprovano la scientificità e i possibili motivi sono imputabili a 3 aspetti: la metodologia scientifica; gli strumenti diagnostici; la ricerca scientifica.

Metodologia scientifica

Degli studi che esistono, molti NON sono stati fatti a “doppio cieco” e quindi è possibile che chi ha eseguito l’osservazione dell’esperimento, non solo può aver influenzato l’esperimento, ma può  essere stato lui stesso influenzato nella sua osservazione.
In alcuni studi le prove rilevate sono emerse da campioni di persone relativamente piccole e in altri ci sono stati problemi con la loro qualità per la mancanza di fondi sufficienti.

Inoltre, la meditazione può offrire ampi benefici nello stile di vita che vanno oltre il trattamento delle malattie e sono quindi difficili da misurare.

Allan Goroll, professore di medicina presso l’Università di Harvard, che ha partecipato all’analisi di molti degli studi fatti con il prof. Goyal, ha pubblicato un commento sulla rivista JAMA Internal Medicine , in cui scrive che i ricercatori hanno trovato prove moderate che la meditazione consapevole allevia il dolore, l’ansia e la depressione, le ultime due in misura simile alla terapia farmacologica antidepressiva, ma che spera che i risultati – o la loro mancanza – “saranno uno stimolo per gli scienziati a rispondere a queste domande in modo scientifico”.

Meditazione e indagine strumentale

Gli effetti della meditazione sulle onde cerebrali si studiano dagli anni 60.
Nel decennio 1970 – 1980 diversi scienziati tra cui David Goleman, hanno condotto studi sulla meditazione descritta dal Buddhismo e dallo Zen sul consumo di ossigeno, la resistenza della pelle, lo spettro dell’EEG (elettroencefalogramma) e con dei questionari standard gli effetti a livello emotivo.
Poi con Jon Kabat-Zinn, in particolare, si studiano gli effetti della Mindfulness sullo stress e sulla riduzione del dolore cronico.
Ma è con l’arrivo di strumentazioni di indagine nuove come, la risonanza magnetica funzionale (fRMI), la Magnetoencefalografia (MEG) oltre ai nuovi metodi di neurostimolazione, che dal 2000 si sono moltiplicati sensibilmente gli studi al riguardo.

La ricerca scientifica

I fondi per la ricerca sono sempre pochi, quelli per la medicina preventiva praticamente nulli se aggiungiamo a questa visione miope su malattia e benessere la mentalità che è sempre meglio un uovo oggi che una gallina domani possiamo spiegare come l’elevata spesa sanitaria di cui tutti paghiamo le spese metaforicamente diventa un cane che si morde la coda!

Studi riconosciuti

Gli studi che sono stati riconosciuti dalla comunità scientifica mondiale hanno dimostrato che la meditazione permette, attraverso il controllo del respiro, di modulare l’attività del sistema nervoso autonomo che come sappiamo è il sistema involontario e perciò non direttamente sotto il nostro controllo (a differenza del sistema nervoso volontario che permette l’attivazione dei muscoli e del movimento con il controllo diretto).
E’ stato dimostrato che c’è un abbassamento della frequenza cardiaca con tutto ciò che questo significa (di solito è conseguenza di una costante e buona attività fisica – escludendo situazioni patologiche) e un rallentamento del decadimento neuronale a livello cerebrale.

Sul sito PUBMed la biblioteca nazionale medica degli stati uniti ho reperito due esempi di articoli sugli effetti della meditazione:

  1. Effetti della meditazione seduta o in movimento l’obiettivo era quello di confrontare gli effetti di entrambe le tecniche sulla struttura della personalità, l’intelligenza emotiva, l’umore e la gestione dello stress.
  2. Ansia e depressione nel dolore cronico e meditazione

La mia esperienza

Ho iniziato la pratica alla meditazione nel 2009, erano già 8 anni che praticavo yoga e anche grazie a questo ero riuscita ad evitare la terapia immunosoppressiva per la malattia autoimmune da cui sono affetta.
Le mie conclusioni quindi poggiano solo sull’osservazione fenomenologica di me.

Tutti gli effetti che ho riscontrato sono riconducibili ad una sola grande realtà, quella del praticare la consapevolezza del qui ed ora e questi effetti sono:

  • un aumento della tolleranza e della compassione,
  • un aumento della capacità di stare equanimamente con la sofferenza e con la gioia nonché una maggiore stabilità emotiva,
  • una maggiore resistenza fisica,
  • una maggiore capacità d’ascolto e di empatia,
  • una minore sensibilità meteoropatica (che conferma la modulazione sul sistema Parasimpatico),
  • una maggiore tranquillità e fiducia.

La cosa tipica della meditazione è che tutto ciò è avvenuto senza l’intervento diretto della mia volontà, se non quello orientato al praticare la meditazione.

E tu che rapporto hai con la pratica della meditazione?

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Sai come meditare? Parte Seconda

Sai come meditare? Parte Seconda.

Questo articolo è la prosecuzione dell’argomento Sai come meditare?
Nella Parte Prima abbiamo compreso qualcosa sulla teoria della meditazione e l’abbiamo anche collegata all’esperienza più vicina alla cultura religiosa occidentale.

Spesso non si inventa niente di nuovo nella sostanza, ma sicuramente può essere nuovo nella forma.

Conoscenze differenti, a volte dal sapore esotico, ci permettono di integrare l’universale con modi nuovi e liberi da pre-condizionamenti; io stessa li utilizzo quando ad esempio faccio i corsi sui Cakra, le ruote energetiche descritte nel sistema medico-filosofico indiano.

Questo perché i Cakra sono simboli che rappresentano energie ed archetipi non solo dell’induismo o dell’oriente ma, come scriveva Carl Gustav Jung, psichiatra, psicanalista, filosofo e antropologo svizzero (1875-1961), anche del nostro inconscio collettivo.

Ho sentito la necessità di condividere questo aspetto più spirituale, nella Parte Prima, perché a volte estrapolare una pratica dal contesto etico in cui è nata può renderla più sfruttabile commercialmente, ma meno completa umanamente e spiritualmente.

La pratica

Escludendo la parte in cui abbandoni la tua famiglia e abbracci la vita francescana 😀 cosa puoi fare per iniziare subito per percorrere questa strada?
Se per coltivare e raggiungere lo stato di coscienza meditativa sono necessari l’osservazione e la concentrazione (primo stadio) puoi cominciare allenandoti al silenzio, ma inizialmente puoi farlo anche senza necessariamente sederti a gambe incrociate sul pavimento!

Apro una parentesi per una cosa spesso sottovalutata e cioè l’osservazione della tua relazione con il silenzio OGGI.

Esistono degli aspetti del quotidiano che potresti cominciare ad osservare:

  • sei una persona che ascolta tutto il giorno musica con gli auricolari?
  • mentre cucini hai bisogno di accendere la TV per “avere compagnia”?
  • quando rientri a casa dal lavoro, cos’è la prima cosa che fai?
  • sai andare in giro in macchina senza accendere la radio?
  • riesci a stare in silenzio mentre qualcuno ti parla, o devi per forza dire la tua?
  • se qualcuno fa una pausa nel discorso, tu senti il bisogno immediato di riempire quel silenzio? Ti senti imbarazzata/o altrimenti?

Ti vorrei suggerire che forse è arrivato il momento di prendere coscienza non solo  dell’inquinamento acustico a cui ci sottoponiamo volontariamente, ma anche di una sorta di timore e imbarazzo che proviamo spesso a stare nel silenzio.

I 4 PILASTRI DELLA MEDITAZIONE

Quelli che per me sono i pilastri necessari per coltivare il silenzio/meditazione sono:

Qualità A.R.P.A.

ARPA è l’ acronimo che mi è stato insegnato durante il Corso Base di Focusing dalla mia Trainer. Sono necessarie quando portiamo l’ascolto verso la nostra interiorità: Accoglienza, Rispetto, Pazienza, Accettazione.

Se te ne rammenterai quando starai nel silenzio, eviterai di  bloccare l’osservazione con giudizi, paragoni, deduzioni, conoscenze, vissuti o altro e la mente principiante che occorre potrà attivarsi.

Oggetti di meditazione

Passiamo agli “oggetti” da osservare, quelli che ti occorrono per poter concentrare l’attenzione e quindi dare una direzione alla mente che altrimenti saltellerebbe da un pensiero all’altro come una scimmietta dispettosa.

A questo proposito si aprono differenti opzioni che hanno tutte come premessa il fatto che l’oggetto da osservare è importante che sia “gradevole”, sì hai letto bene, gradevole.

Sembra scontato dirlo ma non lo è affatto e ti faccio un esempio: potresti voler scegliere come oggetto un oggetto esterno, come una candela, chi non ha mai sentito di Trikosan? il classico esercizio di concentrazione con la candela che perfino la console di giochi Wii aveva riproposto tra i suoi esercizi!

Scherzi a parte, quello che può sembrare adatto a tanti non sempre lo è per te, infatti, quando l’ho provata io (in piena crisi infiammatoria intestinale) guardando insistentemente la fiamma non mi ha affatto trasmesso sensazioni piacevoli.

Esempio di oggetto non idoneo

Osservando la fiammella della candela c’era come una sensazione di rinforzo del calore nel mio corpo, cosa che in quel momento percepivo inopportuna e spiacevole.

Optai per l’osservazione di qualcosa che mi evocasse freschezza e armonia e presi un frutto, ma anche questa scelta si rivelò inadatta a me, infatti dopo un paio di tentativi mi resi conto che mi si attivava il desiderio di mangiare il frutto stesso con un aumento della salivazione alla Homer Simpson che rendeva praticamente impossibile proseguire la meditazione.

Sorridendo a me stessa, decisi di scegliere un altro oggetto di osservazione, uno meno materiale, ma che risultava abbastanza familiare dato che gli rivolgevo spesso l’attenzione durante la pratica yoga, questo oggetto era il respiro.

Osservare le sensazioni dell’aria entrare dalle narici, percorrere la via per i polmoni attraversando la faringe, la laringe, i bronchi principali e tutte le diramazioni più piccole… sentire il diaframma abbassarsi all’inspiro e poi sollevarsi all’espiro e l’aria ripercorrere in senso inverso la strada;
percepire la stessa aria che era entrata con una certa temperatura, fuoriuscire più calda e più umida dalle narici…. a volte percepire l’effetto a distanza di questo flusso, come qualcosa di leggero nelle gambe, nelle braccia….era sicuramente più nelle mie corde.

Tutto ciò per dirti di testare e provare gli oggetti: possono essere i pensieri stessi, ma quello che occorre valutare è quanto sia adatto l’ “oggetto” in quel momento a te.

Quanto riesci ad osservarlo da una certa “distanza” senza caderci dentro?  e quando comunque questo accade, perché è normale che accada, appena te ne rendi conto riprendere l’osservazione dell’ oggetto è fattibile?

Se stai cominciando una nuova abitudine, una nuova pratica, se non vuoi abbandonarla subito dicendo “non fa per me!” cerca di partire dalla condizione più agevole e alzare l’asticella della difficoltà gradatamente.

Io ora posso meditare sia con il cibo che con la candela, anzi qui trovi la meditazione con la candela creata da me per bruciare le tossine 🙂

Tempo

Un altro fattore è il tempo: non è possibile oggigiorno pensare di fermarsi senza “fare nulla” per un’ ora e soprattutto farlo da un giorno all’altro con il nostro sistema di vita.

Il sistema mentale va in tilt, continua a inviarci pensieri disturbanti e boicottanti e ancora non siamo in grado di stare anche con essi. Anche per mantenere le qualità ARPA occorre allenarsi, per cui è davvero impensabile anche solo provarci.

Come in tutte le questioni di apprendimento anche in questo caso occorre partire con piccoli passi.
Apro un’altra parentesi e cioè che iniziare a praticare da soli è molto più difficile che farlo con qualcun’ altro;  cosa puoi fare?

  • sono nate delle bellissime app (Insight Timer solo per citarne una) che guidano visualizzazioni e/o meditazioni agevolando la messa in pratica per chi vuole iniziare individualmente e non ha mai provato prima;
  • iniziare a praticare in gruppo, di solito nei corsi yoga è possibile venire a conoscenza di gruppi che praticano il silenzio insieme. Oppure puoi cercare le associazioni o gruppi spontanei che lo fanno su internet. Io ho cominciato individualmente solo parecchi anni dopo aver cominciato in gruppo, ma tu scommetto che farai prima 🙂

Ti consiglio, se vuoi partire subito, di farlo per 3-5 minuti e creare una timeline che per esempio preveda 5 minuti alla settimana; 5 minuti due volte a settimana; 5 minuti tre volte a settimana e così via, ma il numero di settimane in cui procedere non deciderlo prima.

Nonostante sia una praticante yoga non ti nascondo che non è assolutamente facile praticare tutti i giorni, perciò ti consiglio di aumentare le volte in cui pratichi nella settimana solo quando hai consolidato l’abitudine e ti rendi conto che non ti costa troppo sforzo ricordarti di farlo.

Come

L’ultimo pilastro è il come, sì, perché devi sapere che meditare non è necessariamente stare seduti a terra a gambe incrociate.

Io mi alleno alla meditazione comodamente seduta su una sedia o su un sostegno che mi permetta di tenere la colonna vertebrale ben sostenuta con le spalle rilassate anche se non appoggio la schiena; le gambe, se sono sulla sedia, sono ben appoggiate a terra, e se ho la schiena appoggiata ad un muro, sono distese.

Il più delle volte lo faccio prima di scendere a fare colazione, seduta su una “mensola” ai piedi del letto, o dopo la pratica sul tappetino da yoga.

Ma come insegna Thich Nhat Hanh, possiamo allenarci al silenzio camminando, lavando i piatti, perfino cucinando, perché in definitiva qualsiasi cosa tu stia facendo o non facendo, il punto è concentrare l’attenzione su “qualcosa” e farlo rimanendo presente a te stessa; anche questo è meditare.

Mi auguro che con questo post e con il precedente tu abbia ricevuto una buona dose di energia per poter iniziare a coltivare il silenzio interiore.

Nel prossimo post ti parlerò dei benefici della meditazione o della pratica al silenzio, iscriviti alla newsletter e rimaniamo in contatto.

Orientarsi nella meditazione come una mappa da seguire

Sai come meditare? Parte Prima.

Proseguo i post dedicati ad Iniziare il Nuovo Anno col piede giusto, dopo quello su come la scrittura può aiutarti a stare meglio, eccomi qui a proporti un altro strumento che ha diversi benefici non sempre immediatamente ricollegabili alla sua pratica, ma indubbiamente dipendenti da essa, mi riferisco alla meditazione…tu sai come meditare?

Meditazione, ci fai o ci sei?

  • Forse ne sai già abbastanza di meditazione e sei arrivata qui per caso e sogghignando vuoi proprio leggere cosa scrivo al riguardo XD;
  • ne hai sentito parlare, hai una vaga idea di cos’è ma non hai mai provato a meditare;
  • hai provato a sederti a gambe incrociate, occhi chiusi a fare…non si sa bene cosa e perché…. ma l’argomento ancora ti incuriosisce;
  • hai iniziato a praticare il silenzio e sei nella fase “paragoni e confronti” e qualcosa in te vuole sapere se stai facendo tutto bene!

La premessa è legittima, visto che la meditazione è un po come lo yoga, tutti conoscono il termine, tutti hanno un immaginario collegato ad esso, ma pochi sanno veramente di cosa si tratta.

I praticanti esperti e/o insegnanti di discipline varie e propedeutiche a questo tipo di ascolto interiore e disciplina, sanno che esistono millemila sfaccettature e differenze sull’argomento.

Differenze che non riguardano solo la teoria ma anche la pratica perché in effetti certi termini rimangono gli stessi ma possono riferirsi a cose differenti.

E’ uno stato dell’essere

La prima cosa che quindi devi sapere è che la Meditazione è uno stato dell’essere, uno stato che la coscienza raggiunge quando l’osservatore o meditatore sperimenta tre fasi:

  1. La fase della concentrazione
  2. La fase della fusione
  3. La fase della meditazione

Quindi quando qualcuno dice faccio meditazione, in realtà il sottotitolo è:
“mi sto allenando per raggiungere lo stato di coscienza meditativo”.

Come te lo spiego?

Quello che mi ha aiutata a pensare come scrivere questo primo post, che potesse aiutarti a comprendere in via teorica questo stato di coscienza, è stato il ricordo di un personaggio della nostra cultura religiosa ma anche letteraria, San Francesco.

Una cosa davvero strana, visto che io non ho mai letto il Cantico delle Creature (ma dopo questo post andrò sicuramente a leggermelo) e ho in comune con la sua storia solo i ripetuti viaggi in Umbria, sarà per questo che il mio inconscio ha fatto emergere questo esempio?

Rammento delle raffigurazioni in cui il Santo parlava con gli uccelli e altre creature viventi e perciò ho immaginato la scena in cui osservava la natura del cielo e della terra, “E tutte le creature che sono sotto il cielo, ciascuna secondo la sua natura servono, conoscono e obbediscono al loro creatore meglio di te, o uomo”.

Dall’osservazione, concentrazione, alla fusione

Osservazione più semplice da fare nella condizione di povertà che lui scelse.

Oggi possiamo avvicinarci a quell’essenzialità scegliendo la via del minimalismo e di pratiche di vita come quelle suggerite dalla regina del Decluttering, Marie Kondo,  ma (come dicono i livornesi) intanto ci possiamo provare anche con quello che abbiamo!

Come avrai immaginato questo stare con la Natura ha richiesto a San Francesco un certo grado di concentrazione. Mantenere l’attenzione su qualcosa, nel suo caso creature viventi e cose di Natura, ha fatto sì che dall’osservazione passasse alla contemplazione.

A questo punto “chi osserva” comincia a percepire che quelle cose che percepisce separate da sé, in realtà hanno una risonanza con “qualcosa” in lui.

Risonanza e connessione

Il passaggio successivo a quella risonanza è la connessione/fusione tra quello che prima era percepito come separato, “oggetto osservato”, e quello percepito internamente dall’ “osservante”.

Il lupo, gli uccellini e le altre creature animate e non, “parlavano” a San Francesco perché non c’era più separazione e distinzione tra lui e le stesse, tra lui e la materia di cui è composto l’Universo e nel contempo c’era un Sé consapevole di tutto ciò.

Muoversi nel mondo vivendo l’esperienza di connessione e fusione, modifica a livello profondo la percezione di Sé in relazione al Tutto, questo è essere in Meditazione. 

Per dirla alla Patanjali (responsabile della trascrizione scritta dei Testi Sacri dello Yoga) è il raggiungimento del Samadhi.

Spero di non aver fatto nessun torto né all’opera di San Francesco né a quella di Patanjali  semplificando al massimo la descrizione di questo Stato di Coscienza che in occidente abbiamo definito Beatitudine e in oriente Meditazione ma che alla fine secondo il mio modesto parere hanno molto in comune.

Quali Oggetti?

Questa specificazione è dovuta al fatto che le tecniche per pervenire allo stato di meditazione sono differenti e anche la natura degli “oggetti” almeno inizialmente lo è.

Ad esempio nella meditazione Vipassana (forse la più diffusa) gli “oggetti” di attenzione sono differenti primari e secondari, alcune fonti li suddividono in 7 categorie, alcune riguardano oggetti esterni, altri interni.

Mentre nello yoga, ad esempio c’è la meditazione Trataka, una pratica utilizzata specie nella fase di “pulizia della mente”. Consiste nel fissare un oggetto ripetutamente, per poi chiudere gli occhi e riprodurlo nella nostra mente, proprio all’altezza del nostro terzo occhio o sesto chakra (il punto tra le sopracciglia).

Se vuoi provare a eseguirla metto quella che ho elaborato io con una candela.

Bene per la parte più pratica ti aspetto la prossima settimana, scrivimi nei commenti cosa ne pensi fin qua e se vuoi ricevere gli aggiornamenti in tempo reale, iscriviti al blog attraverso la pagina dedicata alla Newsletter.

Scrivania con oggetti vari da viaggio

Sai come la scrittura può aiutarti a stare meglio?

In questo post approfondisco una delle pratiche di cui ti ho parlato in Come iniziare il nuovo anno col piede giusto e precisamente la pratica dello scrivere, perché ci sono tanti motivi per scrivere, ma sai come la scrittura può aiutarti a stare meglio?

La storia dell’uomo

Scrivere è stato sin dagli albori dell’ homo sapiens un modo per:

  • Comunicare qualcosa lasciando un segno, come nelle incisioni rupestri;
  • Oppure negli scambi commerciali, calcolare ed archiviare, come con le tavolette di argilla e la scrittura cuneiforme;
  • Riportare un manifesto pubblico di regole e leggi come nella Stele di Rosetta egiziana.
  • Nei tempi successivi, tramandare filosofie prima trasmesse solo oralmente come nei Testi Sacri dei Veda o della Bibbia;
  • Diffondere la conoscenza attraverso le metafore dei miti e delle leggende da Oriente ad Occidente, da Nord a Sud.
  • In tempi a noi più vicini, trascrivere immaginari futuri fantascientifici o avventure al centro della terra;
  • Immaginare viaggi nel tempo, incontri con dinosauri o extraterrestri;
  • Scrivere scenografie delle opere teatrali e cinematografiche moderne.

Insomma percorrere la storia della scrittura vuol dire ripercorrere anche la storia dell’essere umano.

La nostra storia

E questo è vero anche per noi, qui ed ora; possiamo utilizzare la scrittura per
ripercorrere la nostra storia:

  1. Quella più in luce, scrivendo un’autobiografia.
  2. Quella ancora inespressa, immaginando e visualizzando noi stessi e il nostro prossimo futuro.
  3. Quella in ombra che evitiamo perché non ci piace, ma che contiene anche bisogni inespressi e inascoltati che finiscono per guidarci inconsciamente nelle azioni.
  4. Quella del presente, connettendosi in senso olistico a tutte le nostre istanze: fisiche, psichiche, emotive, energetiche e spirituali, nel qui ed ora, come insegnano il Focusing, la Mindfulness e ancor prima le pratiche filosofiche dello Yoga e del Buddhismo.

Scrivere per stare meglio

I diversi modi di scrivere sono tanti e di certo non esaurirò qui la loro descrizione, anche perché non ho la pretesa di conoscerli tutti.

Qui, ad esempio, non scriverò di scrittura creativa intesa come allenamento per chi scrive o vorrebbe farlo di professione, lascio questo compito non facile a Pennablu.it o ai copywriter del laboratorio di parole di Balenalab (Adoro!) .

Scrivere per qualcuno che ti legge non è l’aspetto che considero qui.

Bensì la scrittura psico-emotiva, quella strettamente intima e personale che mira al ri-connettersi con quegli aspetti di noi che ben nascondiamo e neghiamo a noi stessi, ma che creano conflitti interiori (e non solo).

Di creativo rimane il fatto che qualsiasi scrittura stimola comunque la creatività in senso più ampio, perché utilizzare le mani, che sia per scrivere, per un disegno o un “lavoretto” di ricamo, uncinetto o altro, ha comunque un forte impatto sulla comunicazione con l’emisfero destro deputato alla creatività.

Come scrivo io

La scrittura che coltivo io è quella che si fa da soli, nel chiuso della propria stanza, è quella parte di scrittura che implica il lavoro su di sé che non può essere delegata al coach, al counselor o allo psicoterapeuta di turno.

Questi professionisti lavorano con te sul “terreno” che è quello che tu credi di conoscere di te, lo smuovono, lo nutrono affinché poi tu sia più predisposta/o a fare questo rimescolamento con te stessa/o; con autenticità, auto-empatia e soprattutto non giudizio, è un po’ come quando andavi a scuola e a casa dovevi fare i compiti, ma il bello è che qui i voti te li dai tu!

I benefici dello scrivere

A differenza dell’espressione verbale, la scrittura ha un impatto più autorevole anche verso se stessi, ricordiamo il detto “verba volant, scripta manent”.

Spinge, infatti, ad una maggiore riflessione e inoltre offre la possibilità di andare a lavorare con i nostri “personaggi” e con gli “oggetti” del nostro inconscio anche successivamente, come ad esempio nell’analisi dei sogni o del materiale onirico.

Una parentesi per lo scrivere a mano.

E’ stato ampiamente dimostrato dalla psiconeurolinguistica quanto sia importante scrivere a mano rispetto che a macchina; le aree cerebrali che si attivano sono differenti, ma diciamo anche che questo va considerato a seconda di cosa andiamo a scrivere.

Se devo inviare una email ad Amazon l’impatto non sarà lo stesso che se scrivessi una lettera alla me del passato! Gli articoli come questo del blog io li scrivo a mano ma poi nell’editing sul PC mi succede spesso di rivedere, correggere, ampliare o accorciare, quindi, con un mix di strumenti.

Come sempre ci sono predisposizioni, fattori e variabili che occorre sempre considerare oltre alle basi scientifiche.

Le tecniche e gli esercizi

Le tecniche di scrittura che personalmente ho sperimentato e che quindi propongo ai clienti sono:

  • La scrittura fluente in cui si lascia scorrere la mano senza nessuna attenzione alla forma e in cui si esprimono le parole in modo sempre più spontaneo, facendo associazioni libere che emergono dalla parte sempre più profonda e che si esprimono grazie ai simboli grafici delle parole. Lo scopo può essere di tipo catartico o anche per far emergere ciò che di una situazione reprimiamo e non riconosciamo così da poter poi sentire il bisogno ad esso collegato.
  • La scrittura della “lettera” che si utilizza per dare voce alla parte di noi sofferente (subpersonalità), a quella giudicante (superIo) ed eventualmente a qualsiasi altra parte coinvolta (ferita) nella situazione di conflitto o disagio con un Dialogo Interiore. Facendo emergere la polarità in ombra e permettendo di “mettersi nelle scarpe dell’altro”, anche se l’altro siamo sempre noi, si evocano insight, consapevolezze inaspettate che sciolgono il conflitto o il malessere interiore.
  • La scrittura autobiografica coinvolge l’aspetto più narrativo, ma anche in questo caso a differenza della scrittura creativa aiuta ad esplorarsi, a fare uno sforzo mnemonico e di concentrazione, emotivamente a richiamare risonanze degli episodi, suggestioni e fantasie. Si dà modo alle diverse parti di sé di ristrutturarsi, ascoltarsi e nel silenzio ritrovarsi.
  • A questo si collegano gli esercizi di re-visione di certi episodi significativi della vita e andare a vedere cosa hanno comportato come effetti positivi anche se nel passato sono stati vissuti negativamente recuperando oggi il senso della pari dignità della loro esistenza.
  • La scrittura di un diario, che utilizzato quotidianamente è una buona pratica antistress.
  • Le visualizzazioni scritte di obiettivi da raggiungere, di come ci sentiremo una volta realizzati. Quelle per gli stati dell’essere che rinforzano il nostro centro e lo rendono più forte e in grado di disidentificarsi da ciò che si fa e identificarsi con ciò che si è.

Gli effetti della scrittura a mano

Concludo elencando gli effetti della scrittura a mano:

  • Allenare la memoria, quante volte scriviamo qualcosa per poterla fissare meglio? Non mi riferisco solo alla lista della spesa, eheh.
  • Aumenta la concentrazione, soprattutto in questo tipo di esercizi in cui scrivere veloci non è un merito, occorre tempo per richiamare a sé sensazioni, emozioni, pensieri.
  • L’attenzione all’ortografia e alla grammatica non è indispensabile quando si scrive per sé stessi, ma essendo automatica comunque aumenta l’attenzione a ciò che si sta facendo.
  • Scrivere a mano aiuta nel raggiungimento degli obiettivi, è particolarmente vero quando si utilizzano planning, bujo e habit tracker; la soddisfazione di cancellare con una linea o un flag ciò che si è portato a termine o mettere una X sul giorno in cui abbiamo svolto l’azione che ci avvicinerà ad esso non ha eguali, non trovi?
  • Abbiamo già accennato alla funzione antistress e catartica in precedenza.

Se vuoi sperimentare una scrittura differente dal solito

A me non resta che invitarti a scrivere, a mano, nei modi e tempi in cui più riesci e per ringraziarti di avermi letto fin qui, ti invito ad iscriverti al breve corso gratuito Immagina, esplora e scrivi! in cui invierò 4 mail, una al giorno, con 4 esercizi diversi per esercitarsi a trasformare un obiettivo immaginario in uno realizzabile dando voce al tuo potenziale ancora inespresso e compiendo la prima azione per realizzarlo.

 

Iniziare il nuovo anno come fosse un nuovo viaggio

Come iniziare il Nuovo Anno col piede giusto

L’arrivo del Nuovo Anno è un momento della vita che può essere carico di sensazioni differenti e uniche per via del fatto che ogni anno trascorso non è mai uguale al precedente, ma di contro sono sempre uguali le cose spiacevoli e ingiuste che ci diciamo se non abbiamo soddisfatto le aspettative che avevamo quando è cominciato, per questo continua a leggere se vuoi iniziare l’anno col piede giusto come me.

Odiare i cambiamenti

Questo è ancora più vero per chi fa di tutto per evitare il cambiamento di qualsiasi natura:

  • temendo lo scorrere del tempo,
  • percorrendo sempre le stesse “strade” perché note,
  • facendo sempre tutto allo stesso modo,
  • vedendo sempre le stesse persone,
  • vivendo una esistenza piatta e apparentemente sicura.

La ricerca di una falsa sicurezza il cui effetto è di sentirsi fondamentalmente tristi e avere come compagne costanti ansia e paura, oltre a causare resistenza al flusso della vita (ma così anche al suo potenziale vitale) ha un effetto “nocebo” che a quel punto diventa un circolo vizioso di profezie auto avveranti!

Difendersi

Lo so sembrerà strano leggerlo, se mi conosci solo come Esploratrice di nuove rotte, ma ti assicuro che prima del 2001 era proprio così che mi difendevo dalla vita anche io:

  • giocando d’anticipo su qualsiasi possibile cambiamento anche minimo e insignificante;
  • vivendo qualsiasi cosa a me sconosciuta con ansia e angoscia tranne però poi di contro, manifestare questo disequilibrio rincorrendo forti stimoli come  l’abuso di alcool occasionale, il costante sfogo emotivo nel cibo o cercando la felicità fasulla leggendo libri dove potevo vivere scoperte grandiose, ma per finta;
  • evitando esperienze nuove, ad esempio viaggiando poco;
  • mantenendo le relazioni di amicizia a livello superficiale perché fondamentalmente, non avendo molta autostima, faticavo a fidarmi di chiunque anche se poi apparentemente ero molto gioviale!

Perché è così che succede quando ci neghiamo la magia dell’imprevisto, la scoperta dell’inaspettato e l’esplorazione delle nostre infinite capacità, incluse quelle di adattamento, finiamo per ignorare chi siamo veramente o potremmo essere dando voce solo a chi pensiamo o ci hanno detto di dover essere.

Tutto questo per parlare di quanto, invece, c’è di bello nell’andare incontro al nuovo senza paure o ansie ingiustificate, solo con la curiosità e la voglia di conoscenza e consapevolezza nel voler scoprire giorno dopo giorno cosa c’è che ancora che può essere conosciuto da noi.

Iniziare col piede giusto

Come fare a mantenere questa attenzione? Come fare a mantenere questa intenzione? Ovviamente non c’è una risposta univoca, perché per ognuno di noi può utilizzare un mix di atteggiamenti e strumenti differenti.

Solo una cosa è certamente condivisibile da tutti e cioè che oggi, grazie al benessere che viviamo in questa parte del mondo, ci possiamo permettere il lusso di rifletterci, anziché pensare solo a sopravvivere e allora perché sprecare quest’ opportunità?

Per questo il primo post dell’anno, riguarda di ciò che può aiutere a rimanere in contatto con la propria essenza, la libertà e il potere che da questo ne deriva, e poter proseguire così alla scoperta e alla piena espressione del proprio Sé.

Centro di gravità permanente

Quel centro che si contatta grazie alle pratiche di consapevolezza e che permette di:

  • disidentificarsi dalle proprie “parti” bambine, condizionate e impaurite, che poi sono quelle che temono il dolore, la sofferenza e il non essere viste e amate per quello che sono;
  • disidentificarsi da quelle parti giudicanti, ipercritiche come il “super Io” che con le sue regole e cose giuste da fare nel tentativo di proteggerci, ancora oggi che non siamo più bambini, non fa altro che ingabbiarci negli stessi automatici meccanismi di difesa;
  • identificarci con la nostra parte adulta, capace di essere presenti a se stessi e rispettosi, pazienti e amorevoli con tutto ciò che fa più fatica, rallenta e magari ha bisogno di più tempo per fare un nuovo passo in avanti nel cambiamento.

Le pratiche di consapevolezza

  1. la pratica del silenzio e della meditazione;
  2. la pratica yoga, non solo intesa come asana sul tappetino, ma anche fuori dal tappetino con la continua ricerca di essere aderente alle indicazioni di yama e nyama, della conoscenza e della purificazione;
  3. l’attenzione al respiro e la pratica del pranayama;
  4. la scrittura di qualsiasi natura:
    scrivere il diario di bordo, il diario alimentare, quello delle affermazioni
    la scrittura fluente;
    gli stessi articoli di un blog o per la formazione di qualsiasi natura,
    che sono comunque esercizi di espressività e trasformazione del pensiero in azione; di elaborazione dell’immaginifico e quando va bene anche del sentito a livello corporeo fisico, emotivo/mentale, energetico (come insegna il Focusing) in consapevolezza;
  5. Il lavoro corporeo non agonistico, dal cammino normale o in modalità “meditazione”, alla Biodanza, Qi Gong, Tai Chi o quant’altro; ho creato il PDF “Torta” della vita e sagome corporee, così potrai fare il punto in questo inizio anno, non solo rispetto i nuovi obiettivi nelle diverse aree della vita, ma anche rispetto a come stai fisicamente, tra la sagoma della donna e quella dell’ uomo io ho scelto la sagoma dell’omino di panpepato 🙂
  6. Come mi ha ricordato mia cugina Francesca, lavorare ai ferri, ricamare e dedicarsi alle attività dette “ricreative” sono tutti buonissimi modi per ricentrare l’attenzione in sé stimolando la creatività.

Ho scritto di journaling anche in questo post, se ti interessa l’argomento.

Per concludere, una novità di quest’anno che mi riguarda è che proverò ad utilizzare il bullet journal, bujo per gli amici.

Credo possa essere uno strumento molto utile da integrare alla funzione dell’agenda classica perché si può “costruire” su misura per se e integrare al meglio la vita creativa con quella più strutturata e scandita dal lavoro.

Se vuoi saperne di più qui il link del fondatore, Ryder Carroll, e qui quello di Chiara Manfrinato che è una buona via di mezzo se non vuoi applicare il metodo classico.

L’infografica di questo Post è QUI, se vuoi vederla su Pinterest!

 

 

 

 

Foglie Ginko in Autunno

7 mosse per fare dell’Autunno un alleato

Affrontare il cambio stagionale degli armadi non è il problema più grande in autunno, ansia e stress possono farsi sentire più del solito; ecco 7 mosse per allearti con l’autunno.

Lo sai già, in autunno cadono le foglie, le ore di luce diminuiscono sensibilmente, l’umido e la transizione verso l’inverno non ti portano solo a fare il cambio stagionale degli armadi, ma anche ad affrontare le conseguenze di questo periodo sia a livello fisico che mentale ed emotivo!

Se vuoi approfittarne e lasciar andare qualche vestito di troppo qui trovi uno schema sintetico per farlo al meglio.

Uno sguardo interiore

Ma c’è un motivo per cui vale assolutamente la pena viverlo ed è che per il cervello questa stagione agevola notevolmente la capacità introspettiva ed auto-osservativa che ti permette di portare l’attenzione a “cosa sta veramente accadendo”, proprio come se tu fossi la linfa degli alberi che in autunno si ritira dalla periferia verso l’interno più profondo.

Questo è uno dei periodi migliori per dirigere e investire su di te con l’ auto-formazione e i percorsi di crescita per tutti i livelli, personali e professionali e su tutti i piani: fisico, mentale, emotivo, energetico-spirituale.

Io per esempio ho appena iniziato la Guida Gratuita per un approccio Mindful alle tecnologie di Tatiana Berlaffa, davvero utile non solo a livello prof.le, ma anche personale e al sabato dedico un paio d’ore a rivedere corsi già seguiti ma da ripetere.

In questo periodo, se sei una persona con particolari insicurezze e/o problemi di autostima, inoltre, potresti subire attacchi o accentuazione degli episodi ansiogeni e/o depressivi (io dormo un sacco di più) perché fondamentalmente (semplificando al massimo) si è più sensibili agli eventi “esterni” e alle transizioni, che ci creano qualche difficoltà.

Quale momento migliore quindi per prenderti cura di te?

Da dove arriva l’autunno

La parola autunno significa “fase successiva alla piena maturità che segna l’inizio del declino…” ma se andiamo a vedere il significato di Equinozio, invece, già dai tempi antichi dei celti, passando dai greci e dai romani questo periodo era ricco di celebrazioni e festeggiamenti per godere della ricchezza e abbondanza ottenuta grazie ai frutti raccolti dalla terra.

La raccolta di fine estate nei campi era terminata, le cantine e le stalle piene di cibo (come puoi immaginare non c’era l’Esselunga ad ogni angolo).

Cibo che avrebbe garantito la sopravvivenza nella stagione invernale e rigida (non c’erano nemmeno i riscaldamenti di oggi e per questo si dormiva tutti nello stesso letto, ma te lo immagini dormire con quel puzzone di tuo fratello?!).

Certo che alla luce di tutto ciò era naturale percepire un senso di gratitudine e gioia che cominciava a prendere forma, a crescere e poi aumentare ed esplodere nel periodo del Sostizio d’Inverno e del Natale, ex Festa della Luce.

Yule per i Celti; per i Romani Sol Invictus, poi sostituito dal Natale, o anche Tempo dei Saturnali: 5 giorni di festa in cui anche gli schiavi ritrovavano momentaneamente la libertà.

Ora tu la senti questa gratitudine nell’aria o nel cuore?

Tornando a noi

Come le foglie che si lasciano cadere per un bene superiore, ossia la sopravvivenza della pianta, così in questo periodo anche noi possiamo andare a sentire, a vedere le nostre emozioni più difficili, i nostri blocchi o difficoltà e lasciar andare qualcosa.

Accogliere con benevolenza e amorevolezza ciò che fa più fatica in noi e dare a queste “parti”, emozioni o sensazioni in difficoltà, lo spazio e il luogo per un ascolto incondizionato, in questo periodo è d’auspicio.

Questo favorirà alle emozioni e ai sentimenti contrastanti di emergere e fluire, evitando ancora di essere repressi e negati perderanno un po’ della loro forza e del loro condizionamento.

Le energie che queste emozioni inespresse sottraggono sono tante e creano disfunzioni nella percezione della realtà e nel conseguente comportamento a vari livelli, incluso quello fisico.

Ecco quindi qualche suggerimento ed esercizio, per agevolare questo momento di incontro con se stessi e se anche tu in questo periodo stai programmando obiettivi personali e/o professionali per il 2020, se le seguirai, avrai modo di farlo partendo da un terreno più propositivo e chiaro perché libero da emozioni negative e disfunzionali.

Le 7 mosse

  1.  approfitta delle ore di luce migliore (e perciò del mattino) per le pratiche che ti richiedono una certa concentrazione, segui il bioritmo del tuo corpo in questa stagione più che puoi;
  2. intervalla i momenti di intensa attività con pause meditative e rigeneranti anche brevi ma costanti, io ad esempio ogni due ore di lavoro faccio 20 minuti di pausa ma potresti fare anche come suggerisce la tecnica del pomodoro: 25 minuti di lavoro e 5 minuti di pausa, esiste anche un’app apposita se sei amante della tecnologia (Brain Focus).
    Certo secondo me dipende da quello che stai facendo, ma in qualunque caso ricordati che lo spazio della pausa deve essere una pausa vera (non è fare una pausa caricare la lavatrice o andare in posta a pagare le bollette), che sia chiaro;
  3. di solito camminare nella natura è un buon modo per alzare i livelli di endorfine e in questa stagione ti consiglio di farlo al mattino, anche chi soffre di ansia e depressione ne trae un gran beneficio;
  4. metti molta cura nella quantità di ore di sonno da fare come dicevo qui sia per alzarti presto facendo scorta di ore di luce, sia per dormire la giusta quantità di tempo, cosa molto importante in questo periodo;
  5. il pomeriggio, la sera dedicati alle attività più lente, non fare attività fisiche sportive o sforzi mentali;
  6. coltiva le tue passioni, utilizza le mani per creare qualcosa che sia con i ferri  o l’uncinetto, sia con la pistola a caldo o la macchina da cucire (datemi una pistola a caldo e vi trasformerò il mondo).
    Magari sei più il tipo da infilare perline o dipingere …insomma fai qualsiasi cosa ti permetta di ritagliarti degli spazi solo per te senza che questo abbia una qualsiasi altra utilità se non quella di renderti felice!
    Lo so stai pensando: “seee, lavoro 8 ore al giorno non riesco a tenere casa pulita e a cucinare tutti i giorni e dovrei mettermi a incollare o infilare perline?”
    Per te che sei impegnata a tempo pieno ci sono diverse cose che si possono fare quando si ha solo la possibilità di “rubare” pochi minuti al resto e averne comunque tanti benefici anti-stress, ecco alcuni esempi:
  • osserva la fiamma di una candela, per qualche minuto, qui una meditazione riflessiva scritta da me, usala come esempio per crearne una su misura per te;
  • prendi consapevolezza del tuo corpo qui ed ora, anche solo per pochi minuti: come sei messa, dove sei appoggiata, dove sei seduta? Dove appoggi i piedi, senti la base sotto di loro? Muovi le dita per percepirli meglio se sono nelle scarpe …e le tue braccia? Dove sono appoggiate? Cosa toccano le tue mani? Che temperatura hanno in questo momento?
  • Come percepisci l’ambiente in cui sei? Connettiti ad esso attraverso i tuoi sensi, osserva come guardano i tuoi occhi, scorrono veloci o si soffermano su ogni oggetto? Quali forme vedono, quali colori? Ora senti se puoi fare spazio anche al senso dell’udito, che rumori senti vicino a te? e nelle altre stanze? e poi prosegui con l’olfatto, che odori ci sono dove sei? Provengono da altrove o da te stessa? Se fai attenzione, anche chiudendo gli occhi (fai una prova e poi riaprili) puoi percepire comunque ombre e luci, sentire lo spazio che c’è tra te e gli oggetti, le pareti, il soffitto. Ora percepisciti in tutta la tua interezza? senti la gravità come ti tiene attaccata al pavimento? Alzati in piedi per sentirla meglio attraverso piedi e gambe, poi risiedi, ora senti di nuovo bene l’appoggio dei piedi sul pavimento, gli appoggi del corpo sulla sedia o dovunque tu sia? senti come ti sostengono tali appoggi? Senti quanto ti abbandoni e ti fai sostenere?
  • Porta l’attenzione al tuo respiro, osservalo nel suo percorso d’ingresso dalle narici all’interno del tuo corpo e seguilo nella strada che percorre come se fosse la tua unica priorità in questo momento, la cosa più preziosa e importante che hai; poi segui il percorso del flusso che ripercorre la stessa via a ritroso…, fallo per tre, quattro atti respiratori o di più se possibile e poi quando senti che va bene così riattivati partendo da mani e piedi con leggeri movimenti, massaggiati il viso e il corpo come a frizionarti per riattivare sia il livello circolatorio sia quello energetico e riprendi ciò che stavi facendo.
  • Puoi fare pause simili a questa del respiro o a quella del corpo o dell’ambiente o tutte insieme, durante la giornata. Potresti impostare una sveglia ogni tot ore che ti faccia da promemoria finché non imparerai a farlo spontaneamente. Così ti ricorderai di fare caso al tuo corpo, al tuo respiro, all’ ambiente in cui sei in quel momento e portando l’attenzione al qui ed ora non solo avrai una maggiore consapevolezza di te, ma focalizzandoti e direzionando la mente, concentrandola su questi aspetti, avrai anche l’effetto rigenerante e rilassante che questo comporta, te lo assicuro.

Sette

Ultimo, ma non per importanza, porta l’autunno in tavola: le zucche, i cavoli (come il cavolo nero) i vari tipi di cavolfiore; le pere, le mele, i cachi e le castagne non solo costano meno perché sono di stagione ma si prendono meglio cura del tuo corpo, del tuo intestino crasso e del polmone che in questo periodo sono gli organi che energeticamente vengono interessati dall’elemento dell’ Autunno, il Metallo (secondo la MTC) e la macrobiotica.

Via libera a miglio, riso integrale, frutta secca a colazione, zenzero ed aglio (così di sicuro vi liberate di qualcuno, oltre che delle emozioni scomode, eheh).
Questo è quello che può sostenerti nel cambio di stagione, soprattutto se come me hai problemi di tipo cronico che risentono della transizione, come si diceva sopra.

Infatti l’Intestino è molto importante sia per la trasformazione del cibo sia per l’eliminazione degli scarti; trattiene acqua e lascia andare quello che non serve e quindi metaforicamente anche noi in questo periodo possiamo fare lo stesso con emozioni, oggetti, relazioni, ecc. ecc.

I polmoni che trasformano in energia l’ossigeno che inspiriamo, in questo periodo sono anche loro portatori di energia di trasformazione (tra l’altro collegata all’energia del Rene che è anche la sede della paura) e quindi lasciare andare e trasformare in questo periodo sono molto potenziati.

In questa stagione si elimina il fresco in eccesso accumulato in estate, quindi se abbiamo esagerato, ad esempio, con i cibi tropicali (banane, ananas, avocado e mango) sarà possibile andare incontro a raffreddori precoci o essere vittime di adenovirus tipici del cambio di stagione.

Ti lascio ricordandoti che il mio corso on line per una consapevolezza maggiore di sé e del proprio Ponte Arcobaleno è ancora in vendita fino al 30 del mese, ma dal 26 novembre per il periodo del Black Friday subirà un ulteriore sconto del 50%, inserendo il codice sconto imagnifici50 perciò affrettati non manca molto alla chiusura della vendita!

3 motivi per cui annoiarsi è auspicabile

Questo articolo è un inno alla noia ed è nato nella metro A di Roma durante un week-end di formazione, mentre seduta aspettavo la fermata in cui scendere, con una specie di sorrisetto idiota stampato sulla faccia, osservavo le persone con cui stavo condividendo quella trasferta metropolitana.

Praticamente tutti i viaggiatori, di sesso, etnia ed età differenti, in piedi o seduti, erano impegnati a leggere, ascoltare o scrollare il loro cellulare! Ovviamente è una cosa che faccio anche io, in treno o specialmente in situazioni di attesa in coda alle poste o dal medico.

Dopo tutto si producono un miliardo di cellulari all’ anno, secondo il magazine “Voglio vivere così”; qualcosa mi dice che ormai non siamo noi ad usare loro, ma loro ad usare noi, eheh.

Così quella volta anziché dare seguito al solito automatismo mi sono fermata e mi sono chiesta:

  • cosa mi impedisce di rimanere in attesa senza “fare” qualcosa nel frattempo?
  • come mai senza quasi accorgermi tiro fuori il cellulare dalla borsa o tasca e comincio a scorrere tra notifiche social, mail, foto o altro?
  • con quale sensazione non voglio stare?

Ovviamente ognuno di noi può dare risposte differenti a ciascuna di queste domande, quello che è successo a me, subito dopo aver approfondito il perché (in realtà dopo diversi perché) e aver fatto emergere così cosa c’era sotto, è stato arrivare all’idea di scrivere questo articolo 🙂

“C’è chi l’amore lo fa per noia chi lo sceglie per professione” Bocca di Rosa, Fabrizio De Andrè

 

Cervello

Nei frangenti di noia il nostro cervello rielabora i pensieri inconsci per poi portarli all’ attenzione della coscienza.

Il primo dei motivi per cui decidere coscientemente di assecondare la noia è che proprio nella noia il cervello approfitta per far sedimentare le informazioni accumulate nell’ esperienza e nel vissuto, creando così connessioni ed elaborazioni.

In assenza dell’ennesimo stimolo sensoriale, cognitivo ed emotivo può finalmente fare il punto, spaziare nell’ immaginativo e nel contemplativo, e quando gli ricapita?!

Il mio senso materno si gonfia di orgoglio per aver impedito che il mio unico erede trascorresse tutti i giorni e le ore della sua giornata impegnato in qualcosa: non avrebbe scoperto che poteva arrampicarsi sull’ albero kaki, costruire un ponte sul piccolo rivolo in secca vicino casa o piantare chiodi nel terreno mentre il nonno lavorava in giardino!

Il dizionario descrive così la Noia:

sostantivo femminile, Senso o motivo di malessere interiore, connesso a una prolungata condizione di uniformità e monotonia e talvolta associato a impazienza, irritazione, disgusto, o di avvilimento psicologico derivante da mancanza d’interessi o da passiva indifferenza nei confronti della vita: Diman tristezza e noia Recheran l’ore (Leopardi); Volti familiari che oggi sperde Non più il sonno ma un’altra noia (Montale).

La noia non è apatia

Quello che spesso si fa è associare la noia all’ apatia, anche se i due termini sono spesso usati come sinonimi, essere annoiati è molto diverso dall’essere apatici, e ad esempio ritrovarsi sul divano a fare zapping in preda all’inedia.

Secondo James Danckert, psicologo cognitivo dell’Università di Waterloo, “la noia implica l’urgenza di voler fare qualcosa, una forte motivazione a tenersi impegnato ma anche la totale, apparente assenza di un’attività che in quel momento possa soddisfarci”.

Creatività

E quindi arrivo al secondo motivo per cui la noia è importante, e cioè la creatività a cui si collega. A parte averne avuto subito conferma in metro, dando voce a questo articolo, la creatività è quella capacità/qualità che utilizziamo tutti i giorni.

Alzi la mano chi l’ha sempre associata solo all’ aspetto artistico (la sto alzando) mentre invece è qualcosa che utilizziamo tutti i giorni quando risolviamo problemi di lavoro, familiari, relazionali, personali. La creatività è problem solving!

Scoperte

Il terzo ed ultimo motivo per cui è importante la noia è che annoiarsi vuol dire imparare anche a stare con il non-conosciuto, il non-fare, il darsi la possibilità di scoprire “cose” che altrimenti non avrebbero abbastanza spazio o voce nella fitta rete di agende cariche di appuntamenti, impegni, a volte cose piacevoli, ma comunque note e per lo più familiari o conosciute.

Concludo ricordando a tutti noi che dell’universo il 4% è ciò che si conosce, il resto, massa ed energia lo chiamiamo “oscuro” e di quel 4% visibile è ancora tanto il mistero.
E in questo momento collego questa informazione a quella analoga che riguarda il nostro cervello, di cui è ancora tanto quello che non conosciamo rispetto a ciò che conosciamo di lui.

Sei pronta a vivere meglio il prossimo momento di noia?

La sincerità è come una bambina da prendere per mano

Di autenticità e congruenza

Oggi ti voglio parlare dell’autenticità perché mi sono resa conto che questo termine è stato molto spesso confuso con l’impulsività, utilizzato a vanvera, decontestualizzato.

Lo penso col cappello del counselor, che ha un interesse professionale a che ci sia una diffusione corretta del significato e dell’importanza di questo comportamento, ma anche da perfetta sconosciuta entrata nel mondo del web da poco più di due anni, che sente che tutti quelli che ci sono hanno una qualche responsabilità nel non alimentare l’ignoranza, almeno quando è possibile.

Autenticità

Essere autentici non vuol dire:

  • dire tutto quello che ci passa per la testa in un dato momento o situazione a chiunque;
  • dire sempre la verità (che poi: esiste una verità sempre condivisibile?);
  • non avere pudore per certi aspetti privati (questa sono io!);
  • straripare di parole, giudizi e quant’altro perché convinti che questo sia essere liberi;
  • non considerare il diritto dell’altro di non subire il nostro “sproloquio”!

Essere liberi e vivere in una democrazia non vuol dire non avere la responsabilità delle conseguenze delle nostre parole o azioni.

Come si traduce nel mondo del lavoro tutto ciò?

Sentendo questa responsabilità anche nei riguardi dei nostri clienti, iscritti o followers.

Questo si traduce nel fatto che anche quando ci facciamo vedere, le situazioni condivise, seppur di “vita privata”, dovrebbero avere una finalità, un’ intenzione collegata al nostro ruolo, non come me quando posto continuamente i miei gatti,eheh.

Facciamo che riassumo dicendo che:

essere autentici effettivamente vuol dire essere sinceri, ma unicamente verso sé stessi, non raccontandoci balle, riconoscendo i propri limiti, riflettendo su “chi” in noi sente il bisogno di… e “perché”…. dire, fare, quello che impulsivamente faremmo?

Questo significa osservarsi, fare selezione, scelte consapevoli, nel dire e nell’ agire.

Chiedersi, proprio come uno schizofrenico con le sue altre personalità (non è vero, lo schizofrenico non è cosciente delle sue altre personalità, noi sì):

  • Perché vorrei dire questa cosa? Girare questa story, scrivere questo post?Voglio farlo per gratificare il mio ego o perché può essere utile al potenziale cliente? Lo sto dicendo senza assumermene la responsabilità o perché ometterlo non sarebbe giusto per il cliente?

Infatti l’autenticità è sorella della congruenza altro bel termine anche questo abusato.

Congruenza

Congruenza non vuol dire coerenza che è solo un altro modo per dire rigido, immutabile o perfezionista mascherato.

Congruenza vuol dire che quello che dico corrisponde alla mia conoscenza di quel momento e che in base a quella mi muovo nell’agire.
Dimostrare ogni giorno con il comportamento, che io stessa cerco di mettere in atto quella stessa conoscenza.

Non posso chiedere al mio cliente di prendersi cura di sé stesso, quando io per prima non provo a farlo tutti i giorni, anche se nel modo e nei tempi adeguati a me…con le corrispondenti azioni e possibilità anche economiche.

Ognuno di noi ha delle modalità, dei tempi e tutta una serie di fattori vari a condizionarlo, non ne discuteremo qui, ma congruenza vuol dire far coincidere quello che si dice con quello che si fa:

  • se siamo congruenti non facciamo to do list infinite, perché conosciamo i nostri limiti, sentiamo e riconosciamo quello che vorremmo rispetto a quello che potremmo,
  • vuol dire essere realisti perché sinceri con noi stessi. E ritorna la sincerità che abbiamo già incontrato nell’autenticità, il cerchio si chiude e anche il pippone!

Curiosità finale, lo sai che la sincerità è collegata alla funzione del 5° chakra?
Cos’è il 5° chakra? E’ una “ruota energetica” studiata nei millenni dal sistema Medico Ayurvedico e nella filosofia Yoga che influenza la zona della gola e anche alcuni aspetti emotivi, mentali ed energetici.

Se vuoi saperne di più iscriviti al percorso I Magnifici 7 Tips+1, un percorso gratuito di 7 giorni via mail in cui ti parlo dei 7 chakra e per ciascuno do un consiglio per riequilibrarlo.

Conosci te stesso è il preludio a “possiedi te stesso e trasforma te stesso”, come dice il grande Roberto Assagioli, il fondatore della Psicosintesi.

E tu come manifesti la tua autenticità, scrivimelo nei commenti?